Vittorio Sgarbi:

Vittorio Sgarbi è apparso ieri nella scatola magica della televisione per reagire, con la complicità di Nicola Porro il conduttore di Virus – il contagio delle idee, alle offese di un declassamento da parte di Standard & Poor’s, l’agenzia di rating americana.

Il nostro istrionico storico e critico dell’arte in realtà faceva da amplificatore all’istruttoria che il cinque febbraio la Corte dei Conti per via del procuratore generale del Lazio, ha aperto nei confronti della distratta Agenzia statunitense, la quale avrebbe dimenticato che la vera ricchezza del nostro paese è incalcolabile, in quanto, perché, a parte la messe di opere d’arte di cui è ricco, il nostro paese è pieno di tanti piccoli centri dove i valori dell’ identità sono così alti da rendere certi conti, con i quali si cimentano le agenzie, impossibili.

Bravo Sgarbi, e brava la corte dei conti che per una volta alza la voce a difendere quello che è lo spirito storico e artistico e paesaggistico del nostro paese, nel tentativo di farci ritrovare quell’orgoglio di appartenenza che dovrebbe sempre farci andare a testa alta. Sgarbi è così dialettico e convincente che ho sentito vere le affermazioni che l’Europa, non potrebbe essere tale senza l’Italia e senza la Grecia che ha già subito le funeste carezze di certe agenzie, schiave del soldo e incapaci di calcolare il valore.

Ma a cosa servirà questo sfogo. Non dovrebbero essere loro a levarci la tripla A o a declassarci nella serie B delle nazioni, ma dovremmo essere noi ad acquisire la consapevolezza che abitiamo un paese ricco di cultura, di storia, di bellezza, di arte e di capacità, e che noi abbiamo fatto l’Europa. È vero, certo, che non dovrebbero essere loro a dircelo, ma ho la sensazione che tutti, e la classe dirigenziale di incapaci di cui disponiamo in questo periodo per prima, non brilli per abilità decisionali. Non riusciamo a portare a testa alta questo dono, con fierezza e capacità risolutive. Pare come se ci avessero regalato uno pianoforte e non lo sapessimo suonare. Ci limitiamo ad appezzarne il bellissimo carattere della marca, il lusso e la levigatura della vernice, la stupenda visione del coperchio aperto del pianoforte a coda, che regala un super panorama di corde metalliche dorate, ricco di identità. Ci ricordiamo e ci gloriamo degli spartiti che possediamo dei mostri sacri del passato. Ma siamo in grado solo di eseguire qualche semplice accordo di Do maggiore o quando arriva l’ ispirazione un Mi minore.
L’accordo della tristezza assoluta.

Ma in Italia tanti sono capaci di suonare, per rimanere nella metafora. Solo che è difficile trovare le condizioni per potersi esprimere fino a che la politica farà solo finta di occuparsi dei problemi, con la paura di affrontare i problemi e continueranno con i proclami a ripulire la vernice, dimenticando le due note fondamentali, che pure tra i proclami erano finite nella definizione di questo governo, il Fa e il RE.

Si il fare. Ma i nostri politici invece di fare sembrano come Mamoru Samuragochi, il giapponese impostore che millantava competenze che lo hanno fatto paragonare a Beethoven. Il problema più grande è che per il nostro governo non ci sono nemmeno timidi ghost writer per le leggi.

Mentre Sgarbi, da ex politico, invita i politici e talk show ad occuparsi anche delle bellezze artistiche dell’Italia e non solo dei problemi sociali e strettamente economici, il nostro primo ministro va ad elemosinare un po’ di credibilità in giro per il medio oriente. Ma lo sapeva già il Barbarossa che il mobile Italia era bello e funzionale, e come si sarebbe potuto suonare. Noi lo usiamo solo come suppellettile e come mobile, però senza curarlo visto lo stato di degrado. I tasti qui son tutti dolenti. Il pianoforte va curato spolverato e accordato e ci vuole, se non troviamo il grande compositore, almeno un maestro che lo sappia suonare.

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