Sant' Agata, una festa tra religione e folclore

CATANIA – Che ormai la festa di Sant’Agata a Catania, come quella di Santa Rosalia a Palermo, abbia travalicato i confini nazionali, appare cosa assodata. Ma dove nasce il culto? Secondo la tradizione Agata nacque l’8 Settembre dell’anno 235, da una ricca famiglia siciliana, indicata da alcuni agiografi di origini catanesi, secondo altri palermitane. A sostegno di quest’ultima ipotesi, il fatto che, Agata, prima di Rosalia, insieme a Santa Ninfa, Sant’Oliva e Santa Cristina, fosse una delle quattro sante protettrici della Città Felicissima (Palermo), rappresentate nell’ordine superiore delle statue del Cassaro (Quattro Canti), il più noto incrocio cittadino, data la presenza delle più importanti arterie cittadine: la Via Maqueda e il Corso Vittorio Emanuele.

Agata venne martirizzata sotto il proconsole romano Quinziano nel 251, all’età di appena 16 anni, anche se altre fonti parlano di un’età di almeno 21 anni, dato che durante il processo nei suoi confronti, venne utilizzata la “Lex Laetoria”, una legge che proteggeva i giovani di età compresa tra i 21 e i 25 anni: il processo si concluse con un insurrezione popolare contro Quinziano, che dovette fuggire per sottrarsi al linciaggio della folla catanese.

Nel periodo fra il 250 e il 251, Quinziano, giunse a Catania con l’intento di far rispettare l’editto dell’imperatore Decio, che chiedeva a tutti i Cristiani di abiurare pubblicamente la loro fede, s’invaghì della giovinetta e saputo della consacrazione, le ordinò, senza successo, di ripudiare la sua fede e di adorare gli dei pagani. Più realisticamente si può immaginare un quadro più complesso: ovvero, dietro la condanna di Agata, la più esposta nella sua benestante famiglia, poteva esserci l’intento della confisca di tutti i loro beni. Al rifiuto di Agata, il proconsole la affidò per un mese alla custodia rieducativa della cortigiana Afrodisia e delle sue figlie, persone molto corrotte. È probabile che Afrodisia fosse una sacerdotessa di Venere o Cerere e pertanto dedita alla “sacra prostituzione”. Il fine di tale affidamento era la corruzione morale di Agata, attraverso una continua pressione psicologica, fatta di allettamenti e minacce, per sottometterla alle voglie di Quinziano, arrivando a tentare di trascinare la giovane catanese nei ritrovi dionisiaci e relative orge, allora molto diffuse a Catania. Ma Agata, in quei giorni, a questi attacchi perversi che le venivano sferrati,contrappose l’assoluta fede in Dio e pertanto uscì da quella lotta vittoriosa e sicuramente più forte di prima, tanto da scoraggiare le sue stesse tentatrici, le quali rinunciarono all’impegno assuntosi, riconsegnando Agata a Quinziano.

Rivelatosi inutile il tentativo di corromperne i princìpi, Quinziano diede avvio ad un processo e convocò Agata al Palazzo Pretorio. Memorabili sono i dialoghi tra il proconsole e la Santa, che la tradizione conserva, dialoghi da cui si evince senza dubbio, come Agata fosse edotta in dialettica e retorica. Breve fu il, passaggio dal Processo al carcere e alle violenze, con l’intento di piegare la giovinetta. Inizialmente venne fustigata e sottoposta al violento strappo delle mammelle, mediante delle tenaglie.

La tradizione indica che nella notte venne visitata da San Pietro, che la rassicurò e ne risanò le ferite. L’indomani venne sottoposta al supplizio dei carboni ardenti. La notte seguente all’ultima violenza, il 5 febbraio 251, Agata spirò nella sua cella.

Oggi la festa di Sant’Agata ci stupisce ogni anno per quel suo mix unico di sacro e profano, tanto da essere tutelata dall’UNESCO, quale bene etnoantropologico di rilevanza mondiale. Il Fercolo e il Busto Reliquiario, ricolmo di pietre preziose e denaro, che affrontano il giro esterno e quello interno, la salita di San Giuliano, il canto delle monache Benedettine, i fuochi d’artificio di Piazza Borgo (Piazza Cavour ndr), le “Cannelore” portate a spalla dai “devoti” con indosso il “sacco” (oggi uno di essi, per mantenere fede a un voto, tenterà di portarne sulle spalle una di 130 kg di peso…!), i dolci tipici quali le “Olivuzze” e i “Cassateddi o Minnuzzi di Sant’Agata”, fanno tutti oramai parte di una tradizione religiosa e popolare, che a ogni inizio di febbraio, non manca di attrarre centinaia di migliaia di persone a Catania: “semu tutti devoti tutti…”?

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