Che sia “Italicum” o “Bastardellum” (secondo l’ultima proposta di Giovanni Sartori, il politologo che dette il soprannome al “Porcellum”) o che sia “Renzellum”: purché sia.

 

La riforma elettorale voluta da Renzi sembra rapidamente andare incontro alla sua consacrazione. Essa prevede alcuni pilastri: fondata su un principio proporzionale, prevede l’eventualità di un ballottaggio al secondo turno, un premio di maggioranza che secondo gli ultimi accordi dovrebbe avvantaggiare la coalizione che raggiunge il 37%, liste bloccate di partito ma con pochi nomi più facilmente riconoscibili dagli elettori, e in corrispondenza a circoscrizioni relativamente piccole, secondo un modello spagnolo che in parte ha ispirato i formulatori della proposta.

Incerto e oggetto di trattative rimane in questi giorni se le figure di maggior spicco possano presentarsi in una molteplicità di cirscoscrizioni (come chiesto da Alfano, probabilmente come ipotesi alternativa alle liste aperte e votate dagli elettori come da sua e non solo sua istanza iniziale).

C’è poi l’8% come sbarramento per i partiti che si presentino da soli. Contestualmente, dovrebbe poi realizzarsi l’abolizione del bicameralismo perfetto attuale, con il sostanziale ridisegno del Senato come lo conosciamo oggi e l’approvazione delle leggi attraverso il suffragio di una unica Camera con competenze legislative.

Benissimo. Dinanzi alle commistioni indigeste all’italiana, dal Mattarellum stesso al Porcellum, abbiamo rivalutato persino il proporzionale puro noi che eravamo per il maggioritario duro all’anglosassone… Dunque ben venga la novità apportata dal vento decisionista (per ora) di Renzi. Tuttavia, c’è qualcosa di antico anche in questo. E l’antico è emblematizzato per così dire dalla cifra di 4.5, la percentuale che costituisce la soglia di sbarramento per i partiti che schierandosi in coalizione aspirino ad avere rappresentanti in parlamento.

Perché 4.5? Renzi e Berlusconi erano partiti dal 5% e a seguito delle reazioni di tutti o quasi i partiti cosiddetti minori (SEL, UDC, Scelta Civica, Lega e Nuovo Centrodestra) hanno fatto un po’ di sconto – del resto siamo in periodo di saldi – e si è arrivati a questa cifra cervellotica, grottesca, felliniana, che anche numerologicamente simboleggia il suo essere frutto di un accordazzo politico e nulla più.

Chissà cosa penseranno gli osservatori esteri: quattro e mezzo: ma perché non un numero intero: cinque oppure sei, tre oppure quattro? E a parte l’assurdità in sé, quattro e mezzo è una soglia troppo alta per favorire la presenza in parlamento delle minoranze pure disposte a non isolarsi e a stare in coalizione (e questo tiro al piccione contro i partiti e i movimenti minori, teorizzato da Renzi con la soddisfazione di Berlusconi, ma magari pieni di idee e di iniziative, a noi non convince), e al tempo stesso è troppo bassa per scoraggiare conglomerati di forze e assemblaggi innaturali e destinati a produrre scissioni una volta che gli eletti entrino in parlamento. Insomma, speriamo bene. D’altra parte ce lo stanno ripetendo in continuazione: la politica è anche compromesso. Facciamocene una ragione.

Italicum

[Sondaggio realizzato da Ipsos PA per RAI – Ballarò]


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