Lisetta, quarantenne, circola nel quartiere con la sua biciclettina adatta in genere a bambini di sei anni. Così è emozionante vederla sfrecciare tra le automobili col suo capo che spunta appena all’altezza dei finestrini. Quando scende le scale le sue gambe cortissime non le consentono di posare il piede sul gradino inferiore e allora lei scende balzellando, scende saltando di gradino in gradino e non può assolutamente fermarsi se non quando raggiunge il pianerottolo inferiore. L’ho incontrata la prima volta in un Centro di Igiene Mentale, stava visitando i suoi amici “matti” tra cui c’era Adolfo, un tenero, delicato Down che ogni tanto sussurrava con voce roca “Lisetta che bel seno che hai.” E lei sorridendo “Ma va, va”. Un vero gioiello della vita. Lisetta si prodiga ovunque a consolare gli afflitti o a intervenire nelle situazioni di disagio che il quartiere ogni giorno rivela. Mi ha confessato che nei giorni di sole le piace camminare nelle vie che lei sola conosce e la cui luminosità obliqua riesce ad allungare le ombre e allora gode di vedersi alta e snella, lei che ogni specchio rivela nella sua natura di nana. Naturalmente sono pochi nel quartiere quelli che nominandola la chiamano per nome. Quasi tutti, sia pur con tono di voce rispettosa dicono “la nana”. Eppure in Lisetta non trovo traccia di diversità nel profondo senso di inferiorità che avverto pulsare in lei, rispetto all’analogo sentimento che rilevo presente in qualsiasi donna occidentale. Tanto è vero che, quando scioccamente immaginando fosse mio compito contribuire a far sì che anche Lisetta avesse un compagno, le ho detto. “Lisetta, ho conosciuto un nano fantastico è molto carino, dolce, benestante e divertente.” Lei ha fatto un passetto indietro, come per garantirsi la massima stabilità e, quasi gridando, ha rivelato i propri sogni del profondo. “Un nano? Ma sei matto? Io con un nano non mi metterò mai.” E, quasi per vincere qualsiasi diverso gioco del destino, qualche giorno dopo l’ho vista passare con un uomo, alto quasi tre volte lei.

*Il racconto è la narrazione di un evento, il romanzo riesce a comunicare una visione del mondo. Ho pensato che possono quindi esistere dei romanzi brevi, anzi brevissimi capaci di comunicare una diversa visione del mondo e della vita. Dei romanzi che, in forma di gioco, ho chiamato Romanzi Bonsai

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