Fiat-ChryslerNegli ultimi giorni si è fatto un gran parlare dell’acquisizione del gruppo automobilistico americano Chrysler da parte della “nostra”FIAT, ma stanno esattamente così le cose? E quali le prospettive che si profilano all’orizzonte e vi saranno effettivamente dei vantaggi per l’Italia?

Proviamo a fare qualche analisi. FIAT ha acquisito nelle ultime ore il 41% della casa di Detroit, pagando “solo” 1,75 miliardi di dollari e senza far ricorso ad aumenti di capitale. L’operazione ha fatto fare un “balzo” a Piazza Affari ove il titolo ha registrato un + 16,4%. FIAT-Chrysler nel 2013 ha prodotto 4,4 milioni di vetture di cui 3 milioni per il mercato statunitense. Sul mercato italiano FIAT vale il 27% e in Europa il 6%. Nel 2013 FIAT ha immatricolato in Italia 373.771 vetture contro le 415.046 del 2012 pari ad un flessione del – 9.94%. In America il gruppo automobilistico ha registrato un segno + negli ultimi 45 mesi.

Certamente questi numeri non fanno che confermare le doti di negoziatore e finanziere di Sergio Marchionne, che dapprima è riuscito a farsi concedere un prestito da 200 milioni di dollari e nel giro di pochi anni ha “rilanciato” l’industria automobilistica negli States diventando il settimo gruppo mondiale dell’auto. Ma in Italia tutto questo non produrrà probabilmente degli effetti benefici e i 6 stabilimenti FIAT in Italia (Mirafiori, Grugliasco, Cassino, Atessa, Melfi, Pomigliano d’Arco ndr) saranno destinati alla chiusura, come già di fatto accaduto con Termini Imerese.

La produzione destinata al mercato europeo verrà “delocalizzata” verso Est, con ogni probabilità in Paesi quali la Polonia, dove l’azienda possiede già degli stabilimenti in cui il cuneo fiscale “incide” in maniera diversa sui bilanci aziendali e i sindacati sono certamente più “accondiscendenti” rispetto a quelli italiani. Si profila pure il ruolo di azionista singolo per l’uomo”con il maglione” in una futura”Chrysler Public Company” estromettendo di fatto la storica Famiglia Agnelli. Quello che comunque appare certo è il fatto che le piattaforme industriali e costruttive dell’azienda sono tutte volte al rilancio di marchi storici in mano al gruppo, quali ad esempio Alfa Romeo e Maserati, ma orientate “in primis” alla soddisfazione del mercato americano.

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