“Per favore aiutami, sono un trentenne e non riesco più a capire se sto vivendo o solo esistendo. Soffro”.
Questa mail è la sintesi di numerose altre che ho ricevuto ultimamente.
Non devo dimenticare, che mi trovo a vivere in un Paese dove lo Stato “vende” ai cittadini sigarette sigillate in un pacchetto con stampata la frase “Attento, questo prodotto ti uccide”.
Credo che ognuno abbia comunque il compito di difendere il diritto a vivere e non soltanto a esistere. Da sempre penso che la vita fiorisca sul territorio dei desideri e seguo il consiglio di un attore sacro, incontrato nel sud dell’India, il quale mi ha detto che ogni sera, prima di coricarsi, per sapere se sta vivendo o soltanto esistendo, fa una lista delle azioni compiute durante la giornata. Vicino a ogni azione disegna una O se si tratta di azioni obbligatorie e una D accanto alle azioni desiderate.
“Se il numero delle azioni obbligatorie supera quelle desiderate, vuol dire che sto solo esistendo. Allora capisco perché mi sento triste”, mi dice lisciandosi la barba.
“E allora?” chiedo.
“Allora il giorno dopo mi propongo di dar risposta ai desideri che fin lì mi sono negato, anche i più semplici”.
“Per esempio?”
“Guardare il cielo lasciando che lo sguardo si perda nell’infinito, o anche mangiare un piccolo dolce, o perfino bussare casualmente a una porta e vedere chi viene ad aprire”.
“E’ tutto qui il segreto della vita?”
“Sì, nel dare risposta ai desideri. I desideri sono sacri perché vengono da molto lontano, forse dal territorio misterioso delle stelle: “De sidera”, dalle stelle. I desideri sono il canto semplice della vita”.
Affascinato da tanta semplicità, gli dico che sono venuto in India per incontrare un uomo in grado di piangere con metà faccia e sorridere contemporaneamente con l’altra metà.
“E’ una cosa impossibile”, mi dice il sacerdote attore.
“Tu non mi devi deludere, perché io sono sicuro che lo puoi fare, anzi sono certo: sei tu l’uomo che sto cercando”.
Il vecchio saggio mi guarda con ammirazione, lancia uno sguardo alla telecamera che tengo fra le mani e dice.
“Va bene, allora, va bene. Ma solo per due minuti”.
Assisto allora a qualcosa di incredibile. Il suo volto nella parte sinistra si abbandona al pianto e nella parte destra fiorisce in un radioso sorriso.
Ho di fronte a me per due interminabili minuti l’immagine stessa della condizione umana, un’immagine ormai segreta che mi accorgo di non avere mai mostrata a nessuno.
Forse perché qui in occidente le due metà dei visi che osservo nelle vie hanno tutte la stessa espressione e non è quella del sorriso.

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