La punta dell’iceberg

“Fermiamo l’Italia”. È bastato un grido univoco a riunire il Paese sotto il vessillo della laboriosità.

I Forconi stavolta hanno colto tutti di sorpresa, sono più di quanto ci si attendesse, più di quanto si sperasse: non semplicemente arrabbiati, ma furiosi. Ipotizzavamo già i disagi che la protesta avrebbe inevitabilmente creato, però mai avremmo creduto che, a poco più di due settimane dal Natale, si sarebbe arrivati ad una totale paralisi, seppur con il passare dei giorni, le agitazioni abbiano assunto toni più pacati. Cosa sta succedendo? È logico chiederselo, perché di fatto questa grande mobilitazione merita tutta l’attenzione possibile. Innanzitutto occorre evidenziare la tendenza comune a taluni politici, pronti ad esorcizzare chi si oppone o contrasta con la loro opera ridefinendo i “ribelli” con l’epiteto (storico) della parte opposta: se, infatti, il Cavaliere puntava il dito contro “i comunisti”, per giustapposizione oggi qualcuno parla di “fascisti” riferendosi al movimento dei forconi. Comode etichette, null’altro, per giustificare atteggiamenti recalcitranti conseguenti la propria azione governativa e, nel contempo, nascondere codardamente la testa sotto la sabbia. La famiglia dei politici struzzi si allarga, ahinoi.

La verità è un’altra e basterebbe ascoltarla, scendere nelle piazze per tastarla, comprenderla o, diversamente, condannarla. Chi l’ha fatto si è reso conto di quanto la gente italiana si sia svegliata. Certo, sarebbe ipocrita affermare l’assenza di frange estremiste, ma si tratta di infiltrati, di beceri idealisti senza veri ideali, spinti solo dall’occasione di cavalcare la protesta per innescare la violenza tipica dell’integralismo.

La realtà che si racconta in piedi sugli asfalti, seduti sui graniti, accampati su ampi lastricati, ovunque, da Nord a Sud, esprime un disagio diventato troppo grande per poterlo gestire in silenzio. Fianco a fianco, un caleidoscopio di agricoltori, autotrasportatori, piccoli imprenditori, commercianti, disoccupati, studenti, cittadini comuni che urlano di non poterne più, che manifestano l’amarezza di una vita lavorativa distrutta o senza alcun futuro, che protestano contro gli “esattori” e l’ingiusta detrazione gravante sempre e solo su chi le maniche se le rimbocca davvero e consegnano nelle mani della contestazione una grande speranza, l’ultimo forte tentativo: cambiare le sorti di un Paese assoggettato all’austerity. È vero anche che questa fiumana esasperata manca, a tratti, di una strategia, ma il fatto che spontaneamente si aderisca alla “causa comune”, una causa che coinvolge tutte le categorie, e, quindi, dal carattere interclassista, intergenerazionale, è sintomatico di quanta impazienza e inquietudine si fosse infusa e, rimanendo lì, attendesse, pronta ad esplodere.

E il botto c’è stato. Deflagrante. Questo fine anno non avremo di certo bisogno di fuochi d’artificio.

L’augurio va alla politica, affinché i nostri rappresentanti (sempre che lo siano) prendano consapevolezza, una volta per tutte, che i livelli di rabbia e rancore aleggianti in Italia e manifestati in questi giorni, sono ormai ingestibili e rappresentano solo la punta di un iceberg dalle proporzioni incalcolabili.

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