Il paradosso dei paesi ricchi

Se andate a sfogliare il China Study, una delle ricerche più complete apparse negli ultimi anni sull’interazione fra salute e alimentazione, leggerete che «una buona dieta è l’arma più potente di cui disponiamo contro la malattia». Anche questo studio approda all’antica verità di Ippocrate: la nostra salute deriva soprattutto dal cibo che mangiamo. Per mantenersi in buona salute, e anche per guarire, il nostro corpo ha bisogno di una certa quantità di macro e micro nutrienti, che vengono assunti con l’alimentazione, o almeno dovrebbero. Dico dovrebbero perché l’alimentazione industriale – ovvero quella cui si affida ogni giorno la maggior parte delle persone – non è più in grado di fornirli. Fino alla metà del secolo scorso le patologie legate al cibo erano patologie di tipo infettivo: per via della cattiva conservazione accadeva che i cibi veicolassero batteri e altri microorganismi, causando malattie. Con i sistemi moderni di conservazione, compreso l’uso del freddo, questo processo si è arrestato, e oggi le patologie legate all’alimentazione non hanno quasi più origine infettiva ma dipendono essenzialmente dalla grande quantità e dalla scarsa qualità del cibo che viene consumato. I cibi processati (ovvero che hanno subito un qualunque processo di lavorazione industriale) sono cibi deprivati dei principi nutrizionali pur rimanendo intatti in fatto di calorie, al punto che oggi si parla di paradosso dei paesi ricchi: aumenta il numero di persone in sovrappeso e obese, ma queste stesse persone presentano segni di malnutrizione.

A questo punto, qualche parola sui nutrienti. Vengono di solito differenziati in macronutrienti, che devono essere introdotti in buona quantità poiché rappresentano la più importante fonte energetica per l’organismo, e che sono i carboidrati, i lipidi e le proteine; e in micronutrienti, che invece sono le vitamine e i sali minerali. Questi, pur non essendo direttamente legati alla produzione di energia, sono necessari perché partecipano alle reazioni chimiche che fanno da base al buon funzionamento dell’organismo. Per ciascun nutriente è stata definita la RDA (Recommended Daily Allowance, razione giornaliera raccomandata), ovvero quanto sarebbe necessario assumerne ogni giorno, e la RDA è una delle indicazioni che si trovano sulle etichette dei prodotti alimentari. Ora, con la comune alimentazione da supermercato seppur introduciamo carboidrati, grassi e proteine, spesso non riusciamo a introdurre vitamine e sali minerali. Basti pensare che qualunque farina, anche quella del miglior grano, dopo quindici giorni dalla molitura perde tutti i nutrienti tranne il potere energetico (le calorie, per intenderci), diventando un vero e proprio cibo morto. Avete idea di quanto tempo passi dalla macinazione del grano alla produzione del pane che compriamo? Non è possibile risalirvi dato che in etichetta la data di macinazione non c’è. C’è però la data di scadenza del prodotto industriale, che di solito è ben oltre un mese dalla fabbricazione. Non so se ho reso l’idea. Ma al di là dell’esempio del pane e dei prodotti da forno, la scelta di impoverire i cibi è frutto di una precisa strategia commerciale: impoverire i cibi vuol dire renderli maggiormente conservabili (ad esempio, sottraendone le parti grassi si riduce di molto o si elimina del tutto il rischio di irrancidimento), ma anche modificarne le caratteristiche legate al gusto e quindi potere meglio seguire (o dirigere) le tendenze dei consumatori. Impoverire i cibi serve poi anche, e in questo le campagne pubblicitarie aiutano parecchio, a farli apparire sembrare più salutari di come si presentano in natura. L’industria, quindi, non fa altro che imporre bisogni per poi soddisfarli (pensate a tutti i prodotti inventati che fino a qualche anno fa non esistevano, dalle bevande alle merendine agli snack), facendo leva sia sul gusto del consumatore che sul suo bisogno di essere rassicurato. Se poi buona parte del cibo che vende è del tutto inutile se non dannoso, oltre che costoso, quello è un altro discorso. Sul quale però in tempo di crisi dovremmo anche riflettere.

 

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