Francesco Lazzaro Guardi: il vedutista col destino nel nome 660x330

Ci sono dei nomi nella storia dell’arte, che darebbero filo da torcere a chiunque in uno dei quiz importanti della televisione, perché fanno parte di quella schiera di nomi di persone, che pur avendo fatto cose molto importanti, per chissà quale motivo non vengono subito ricordati. Ma forse fa parte del gioco dell’essere artisti il rischio di non essere ricordati, visto il numero di quelli che oggi, e nel passato hanno deciso di contribuire al discorso generale dell’arte.
Perché si tratta di un discorso generale questo è chiaro. Il movimento del pensiero umano e delle sue capacità espressive compie un viaggio attraverso le emozioni e i linguaggi, usando tutti e tutto, ogni singola espressione e attitudine, le diverse persone e le molteplici individualità, ma sempre in vista di una crescita dello spirito dell’uomo universale.

Accade poi che la voce di qualcuno sembri più intonata e pulita, e in quel caso le sue parole e il suo nome vengono ricordate più chiaramente, ma in ogni caso non c’è posto per tutti nei manuali. Francesco Lazzaro Guardi (Venezia, 5 ottobre 1712 – Venezia, 1º gennaio 1793)  però, che sembra avere nel cognome il chiaro segno del destino dei vedutisti, trova eccome posto sui manuali, e ha pure dato lo spunto a diversi saggi con le sue opere. Ma è come se la sua figura e il suo nome non rimanessero impressi, se non nelle menti degli appassionati e degli addetti al settore.

Forse perché è affiancato nei libri quasi sempre da un mostro sacro come Canaletto, di cui tutti ricordano più o meno qualche immagine. O forse per il suo carattere dimesso, che soffriva un po’ la figura del fratello, il quale era anche egli pittore,  e probabilmente ha rallentato lo sviluppo del suo essere artista.  Anche se qui è d’uopo fare una distinzione importante. In quegli anni, siamo nel settecento, la figura dell’artigiano e quella dell’artista, quasi corrispondevano. E quasi sicuramente le commissioni che il fratello gli offriva erano ben gradite, anche se erano pittura su commissione di ritratti rococò. Fatto sta che dopo la morte del primogenito che dirigeva l’azienda di famiglia per Francesco Guardi, ormai quarantenne, iniziò l’avventura della veduta.

Così Guardi guardò. E  forse perché il suo occhio era l’occhio dell’anima, e non l’occhio da scienziato illuminista di Canaletto, né di Bellotto o Marieschi, che ne seguivano le orme, cominciò a guardare con gli occhi aperti di chi, persa ogni paura, era disposto a far passare la luce attraverso di essi, filtrandola non con la mente e la ragione, ma con l’anima e il ricordo delle emozioni. Quando in età avanzata, dipinse fino agli ottanta anni, l’occhio comincia a calare le sue prestazioni,  la mente  di Guardi le amplifica, e il dato empirico che debolmente veniva raccolto, era decisamente  sostituito dal ricordo, e dall’ampiezza dell’anima.

Lui non cercava una fedeltà nella riproduzione nelle sue opere, ma ogni pennellata, invece di essere la deposizione del dato oggettivo di un colore o di un segno, era la personale aggiunta del suo sentimento soggettivo del colore. La cosa, dal momento che si interessava poco della verità ottica, lo portava alla creazione di vedute  quasi oniriche, dalle tonalità affascinanti e dense, qualunque spettro cromatico  andassero a sondare. Suo malgrado forse è stato comunque il precursore della sensibilità del romanticismo, anche perché con  il suo pennello da miniaturista esplorava con piacere le più piccole zone d’ombra, popolandole di personaggi misteriosissimi, ma  noti per l’anima.

Di sicuro non può essere considerato un impressionista, perché era lontano dalle cognizioni scientifiche che potevano dargli la comprensione del concetto di “attimalità” della luce, ma le sue pennellate, a livello istintivo, avvicinano parecchie delle sue opere ai quadri impressionisti. E il suo primordiale romanticismo non basta a fare di lui un romantico o un espressionista nonostante si avverta che ogni colpo di pennello sgorga dal cuore e dall’anima. Ma senza dubbio la sua avventura pittorica ci dà una mano a leggere meglio le atmosfere sia di Byron che di Monet, ma anche quelle nebbiose di Sickert, e perfino le pagine della memoria di Proust e di Thomas Mann.

Nella storia della pittura alcune cose sembrano quasi prevedere l’arrivo di Constable e Turner. Dalla sua mano, dice Luigina Rossi Bortolatto, “deriva una pittura impalpabile, aerea, fatta di luce avvolgente, sorretta da una tavolozza di inafferrabile e preziosa gamma cromatica. Il paesaggio non esiste più come tema, è pretesto per la ricerca pura di ritmi luminosi, di trasparenze, di pulviscoli argentei cilestrini…”

Forse il suo coraggio di avanzare nella ricerca dell’arte è arrivato troppo tardi, e non aveva un animo in grado di affrontare i declivi straordinari delle vertigini, che sono vicinissimi alle vette della bellezza; per questo non lo ha spinto oltre e ha preferito cullarlo tra i ricordi delle calli e delle lagune di quella Venezia, che conosceva a menadito e mai volle abbandonare.

© Riproduzione Riservata

Commenti