Petrolio in SiciliaI tre poli petrolchimici dell’isola raffinano circa l’80 % del petrolio estratto nel Bacino del Mediterraneo, compreso il greggio importato dal mondo arabo. Questo “affare” colossale frutta allo stato italiano in termini di imposte di fabbricazione, diritti doganali e fiscalizzazione varia, più dell’intero prodotto interno lordo della Regione siciliana. L’articolo 33 dello Statuto siciliano di Autonomia, dispone che siano conferiti alla Regione Sicilia costituendone patrimonio esclusivo e indisponibile,  i beni dello Stato presenti sul suo territorio. Tra essi vi sono anche le miniere. E’ pertanto chiaro che la Regione ha la potestà esclusiva di legiferare per tutto ciò che concerne la materia petrolifera; questa è legge che un governo serio, legato alla propria terra, dovrebbe far rispettare. Alcune regioni del nord Italia come il Friuli o il Trentino, hanno ottenuto enormi agevolazioni in termini fiscali e le loro popolazioni non soffrono l’insopportabile “caro benzina” degli ultimi tempi. Ma se la nostra rivendicazione si basasse solo su uno sconto sui derivati del petrolio faremmo un grossissimo errore.

Il punto è che il petrolio è una risorsa sulla quale la Regione siciliana può proporre progettualità, avanzare soluzioni o quantomeno imporre alle multinazionali arabe o americane un vero e proprio “codice d’investimenti” da attuare nell’isola. A noi siciliani è rimasto finora non solo il record della benzina più cara d’Italia, ma soprattutto, fatto assai inquietante e insopportabile , il record di bambini leucemici e di malformazioni fetali accertato nelle aree sulle quali insistono i Poli di Gela, Augusta e di Milazzo. Non si tratta dunque solo di un problema economico, ma di una questione di dignità che riguarda l’intero popolo siciliano, al quale si prospetta la soluzione di sempre, ovvero la povertà. E l’emigrazione.

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