Dalla bisnonna all’additivo

Nell’articolo della settimana scorsa citavo Pollan e il suo decalogo su come scegliere il cibo. Fra le indicazioni c’era, al punto 1, “Non mangiare niente che la tua bisnonna non riconoscerebbe”. Parliamo allora degli additivi alimentari. Non so la vostra, ma la mia bisnonna non li riconoscerebbe di sicuro, né li avrebbe mai tenuti nella dispensa. Noi però li mangiamo, e pure in abbondanza, perché non c’è cibo uscito da una qualunque industria alimentare che non ne contenga almeno un paio. L’uso degli additivi è necessario per una serie di ragioni (tutte legate all’economia e al profitto, non certo alla salute del consumatore), prima fra le quali la lunga conservazione dei prodotti alimentari. Ma di additivi ce ne sono parecchi altri. Il Regolamento (CE) n. 1.333 del 16 dicembre 2008 stabilisce che con l’espressione «additivo alimentare» si intenda qualsiasi sostanza abitualmente non consumata come alimento in sé e non utilizzata come ingrediente caratteristico, con o senza valore nutritivo, la cui aggiunta intenzionale ad alimenti ha solo scopo tecnologico nelle varie fasi della filiera alimentare. Tradotto, vuol dire che sono tutte sostanze per lo più inutili (se non dannose) dal punto di vista nutrizionale, e che vengono usate dall’industria al solo scopo di rendere in vario modo conservabili, lavorabili e più appetibili i prodotti che poi finiscono sugli scaffali del supermercato. E, fateci caso, gran parte della pubblicità dei prodotti alimentari si appella al gusto del consumatore, perché è proprio attraverso il gusto che veniamo attratti e spinti a consumare. La normativa classifica come additivi chimici: coloranti, edulcoranti, conservanti, antiossidanti, coadiuvanti, acidificanti, correttori di acidità, antiagglomeranti, antischiumogeni, agenti di carica, emulsionanti, sali di fusione, agenti di resistenza, esaltatori di sapidità, schiumogeni, gelificanti, agenti di rivestimento, umidificanti, amidi modificati, gas d’imballaggio, propellenti, agenti lievitanti, sequestranti, stabilizzanti, addensanti. Non sperate di non trovare almeno un paio di questi additivi in qualunque prodotto industriale. Il loro uso, anche in termini di quantità, è disciplinato per legge.

Il problema è, però, che sebbene ogni prodotto alimentare si mantenga entro i limiti i legge, noi non mangiamo durante la giornata solo quel prodotto. Faccio un esempio. Se una razione di wurstel contiene additivi nel limite quotidiano di consumo, non è detto che chi li consuma mangi solo quelli nella giornata. Li accompagnerà con maionese o ketchup e, perché no?, patatine fritte o del pane in cassetta. Al mattino avrà mangiato yogurt alla frutta e biscotti, e a cena una bella zuppa di legumi surgelata da scaldare in fretta. Bene, tutti questi alimenti contengono additivi, tutti entro le norme di legge, ma sommando tutto ciò che il nostro consumatore ha mangiato durante la giornata avrà di sicuro sforato la quota massima di additivi da consumare per non incorrere in rischi per la salute. Tutto nel rispetto della legislazione vigente. Ma perché, se gli additivi non sono sani e non sono nemmeno cibo, ci ostiniamo a mangiarli? Di sicuro perché siamo così abituati all’alimentazione industriale che facciamo fatica a immaginare di nutrirci senza ciò che compriamo al supermercato. E poi, permettetemi la provocazione, perché l’animale uomo è il più stupido fra gli appartenenti al regno animale. Gli umani, a differenza di tutti gli altri animali, hanno perso la capacità istintiva di riconoscere se un cibo farà bene o male, o se ciò che stanno per mettere in bocca sia veramente cibo. Conoscete ad esempio la storia del ragazzo americano che conserva hamburger dagli anni ’80? Bene, quei panini (come già detto strabordanti di additivi chimici) sono ancora perfettamente conservati, senza nemmeno bisogno di essere surgelati, e non sono stati attaccati nemmeno dalle muffe, fra gli elementi più semplici del regno animale. Che vuol dire? Che pure le muffe sono più intelligenti di noi, nello scegliere cosa mangiare. E di certo non mangiano additivi.

P.S.: Tutte queste notizie sono tratte dal libro “Scegli ciò che mangi”, pubblicato dalla Sperling & Kupfer nel 2011 e in versione economica nel 2013, e scritto da me e da Anna Villarini.

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