Taormina, panorami pericolosi

Caro direttore,
ho rivisitato Taormina dopo più di trent’anni e siccome ogni età ha i suoi modi di vedere le cose, tre ricordi porterò a casa dalla vostra terra bella:

  1. la Città,
  2. la Città che fa da cornice a qualche “fimmina bedda”
  3. e la Città che ha fatto da palcoscenico ad un episodio (non so se inquietante o solo pittoresco).

Episodio che (non spiaccia l’approssimazione e le lacune di memoria) vi racconto.

Ci trovavamo, questa mattina, in un punto panoramico, io con due amici del posto, ad ammirare da una parte Catania e l’Etna, dall’altra Messina e la costa calabrese (credo che la scena la conosca).
Ad un certo punto, mentre guardavamo in una certa direzione, ci si è avvicinato un tale che non conosco ed ha iniziato a rivolgere parole che mi sono parse, forse, poco lusinghiere ad uno dei due miei amici.
Il motivo? Non ne capisco molto di vicende locali, ma mi è parso di intendere che la ragione fosse un punto specifico del colle che degrada verso il mare. Un albergo forse? Perdonate, potrei sbagliarmi, non chiedetemi di più.
Assopito ancora dal poco dormire e frastornato ancora dalle varie bellezze che mi sono passate davanti agli occhi in questi due giorni, mi sono ritrovato a risvegliarmi di brusco.

Ora, caro direttore, mi chiarisca lei una cosa.
Io da forestiero, poco avvezzo ancora alla mentalità locale (ma con almeno un paio di motivi per ritornare qui, proprio qui a Taormina e per tornarci presto), non ben comprendo se nella vostra bella terra sia diventato più pericoloso guardare “i fimmini” o “i pietri”.

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