Questa è l'Italia

Lunga, lunghissima. È la lista della corruzione politica che fa proseliti in ogni sponda, marchiando (non a fuoco e non per sempre, visto il perpetuo riciclaggio delle candidature) il nome dei malcapitati “sgamati” in putride vicende. Una triste sequela di “eccellenti” condannati, indagati, rinviati a giudizio, che fanno della compagine politica italiana la peggiore rappresentanza che i cittadini di un Paese possano avere.

Ma che diavolo abbiamo fatto di male per meritarci questa classe dirigente?

È lecito chiederselo quando quotidianamente l’elenco s’infittisce e si tinge, per così dire, di sfumature nuove, allorché si cambia registro con capi d’accusa e “fattacci” che oltrepassano ogni possibile immaginazione. Ed è legittimo domandarselo (ed incazzarsi) quando l’élite politica e, oltre loro, i manager, gli imprenditori, i banchieri che, in anni e anni di lavoro certosino, hanno depredato l’Italia, non vedranno mai una lurida cella se non dalle pagine di qualche rivista. Ecco. Benvenuti nel paese dell’impunità.

E l’impunità è figlia della nostra Giustizia, malata, moribonda, quella che, secondo i dizionari, dovrebbe essere ispirata ad un “Principio morale, una virtù” consistente “nel dare a ciascuno il dovuto” e soprattutto “nel giudicare con equità”.

Di fatti sconcertanti e abominevoli ne abbiamo le tasche piene (e non solo quelle): solo noi italiani potevamo assistere alla strazio patetico di un ex premier condannato, si legga bene, in via definitiva oltre 3 mesi fa, che ancora arranca imperterrito tra gli scranni del governo senza riuscire a darsi pace, riesumando il cadaverico Forza Italia perché in fondo la speranza è l’ultima a morire (forse), riuscendo ancora ad apparire pubblicamente, tenendo insieme i pezzi di un cerone in frantumi per millantare rinascite inesistenti e porsi, ancora, come condottiero di un’armata disfatta, appoggiandosi ad accoliti farneticanti  capaci di emendamenti “allunga brodo” (e così il voto sulla decadenza di Berlusconi, slitta); solo in Italia assistiamo ad un ministro, non uno a caso, paradossalmente quello della Giustizia che, dopo aver rassicurato i parenti di un’amica arrestata e raccomandato telefonicamente ai vicedirettori del DAP di intervenire “umanitariamente” in favore della suddetta amica detenuta, rimane, ancora, comodamente seduto al suo posto.

Fattacci, dunque, che fanno inorridire, demordere l’idea di una reale giustizia e che si aggiungono ad altre solite, marce, vicende. Non ultime, quelle di Flavio Carboni, imprenditore di Torralba (Sassari), che avrebbe fatto mettere uomini di sua fiducia nei centri decisionali per la corsa alle energie rinnovabili coinvolgendo il presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellacci, che deve rispondere di abuso d’ufficio per la nomina a capo dell’Arpas di Ignazio Farris, uomo di Carboni. Poi, che dire di Roberto Cota in pericolo di “rinvio” a giudizio per le spese pazze e illegittime in Piemonte? E del vicesindaco di Verona, Vito Giacino, uomo fidatissimo di Tosi, indagato insieme alla moglie Alessandra Lodi per corruzione? E ancora delle numerose indagini aperte tra le procure di Palermo e Trapani sulle assunzioni pilotate, ma soprattutto sulla compravendita di voti che avrebbe interessato Alcamo in occasione delle elezioni amministrative del maggio 2012 e che ha visto la notifica di ben sette avvisi di garanzia ad indagati tra i quali l’ex senatore Nino Papania?

Alla luce di ciò sono tante, anzi, troppe le considerazioni. Di certo il fatto che tutta questa gente si definisca “serena” trova una sola chiave di lettura e porta ad un’unica conclusione: comunque vada la faranno franca. E ricordiamoci che impunitas semper ad deteriora invitat, ovvero, l’impunità invita a delitti peggiori.

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