Andy Warhol: una storia americana al Palazzo blu.

torre  warholChissà cosa avrebbe fatto con la famosissima torre di Pisa, affascinato come era anche dalle figure degli artisti scienziati come Leonardo da vinci e se vogliamo dalla caratteristica di serialità della torre stessa che ripete le file dei piani e i profili delle arcate, delle colonne e delle finestre in una maniera che lo avrebbe incantato.  Di sicuro non l’avrebbe impacchettata come Christo e Jeanne-Claude, la coppia statunitense, esponente principe della Land art, che si diverte a coprire tutti i monumenti del mondo.  Molto  probabilmente Andy Warhol, il re della pop-art si sarebbe limitato a fotografarla e a riprodurla in una serigrafia colorata, che avrebbe trascinato la torre, nel mondo delle icone, delle immagini culto della modernità, in cui ha trasportato Mao Tse-Tung e Marilyn Monroe. O forse ne avrebbe da vero pubblicitario prodotto un modellino di varie grandezze da vendere nei supermercati a prezzi popolari. In maniera riduttiva e semplicistica si potrebbe infatti affermare che era ciò che voleva; che l’arte diventasse di fondo un “qualunque” prodotto commerciale. E a dire il vero, a giudicare lo stato in cui sembra ormai arrivato lo status quo del mondo dell’arte a quanto pare il nuovo americano, che trasformò il suo nome di Andrew Warhola, di origini slovacche in Andy Warhol, era dotato di un intuito notevole, senza il quale non sarebbe stato in grado di rivoluzionare tutta l’arte del ventesimo secolo. Al di là del fatto che non sapremo mai cosa gli avrebbe ispirato la torre sappiamo invece che il Palazzo Blu di Pisa, che ha già ospitato grandi come Chagall, Mirò, Picasso e Kandinsky, portando nella città toscana oltre 300.000 visitatori negli ultimi quattro anni, è una delle migliori cornici in cui poteva essere ospitato l’imperdibile evento di una delle rassegne più complete del percorso creativo di questo artista.

E’ un progetto, che va a braccetto con la città di Milano, che presenta a Palazzo Reale una mostra gemella, anche se con opere diverse,  partito il 9 ottobre, che terminerà  il 24 marzo del 2014 . Nell’esposizione milanese le opere provengono dalla collezione del più grande collezionista di Warhol, Peter Brent, che ne è anche il curatore, assieme al mitico Francesco Bonami, mentre l’esposizione di Pisa, partita il 12 ottobre,  durerà fino al 2 febbraio con la cura di  Walter Guadagnini e Claudia Beltramo Ceppi, offre circa 150 opere, provenienti dal museo di Pittsburgh, la città natale dell’artista, che custodisce gran parte dei suoi lavori, e anche da altre grandi collezioni di privati e gallerie sia europee che americane.

Un panorama abbastanza vasto, grazie alla Fondazione Palazzo Blu, in collaborazione con Gamm Giunti e The Andy Warhol Museum, e la partecipazione inoltre del comune di Pisa e il contributo della Fondazione Pisa, attraverso il quale è possibile comprendere il geniale tragitto di un artista che ha indiscutibilmente cambiato il modo stesso di leggersi dell’arte, aprendo la strada alle sperimentazioni e all’utilizzo di materiali apparentemente lontani dall’idea di opera d’arte. Certo in tanti hanno utilizzato i segni del moderno e il riutilizzo dei materiali più vari, ma il primo a cogliere la fondamentale potenza della superfice delle immagini, e della possibilità di svuotarla di ogni contenuto è sicuramente lui. Con Andy siamo di fronte al trionfo dell’immagine e del superficiale. La celebrità non è data per Warhol da ciò che esiste dietro una figura ma da ciò che è davanti, sulla superfice, e con questa ostensione credo voglia mostrare al mondo proprio i pericoli della ricerca sfrenata del successo e della celebrità data dalla cura eccessiva della propria immagine. L’idea di serialità e di velocità nella riproduzione di un immagine ci avverte dell’attimalità che segna il tempo della modernità. Un tempo che sfugge il passato e il futuro e si rifugia in un adesso, che per quanto superficiale offre un lampo di gioiosa serenità dato dall’essere noto e rassicurante, come un prodotto da supermercato; come una coca cola che può essere bevuta da una persona ricca così come da un barbone.  Warhol diceva che ognuno di noi avrebbe finito per accontentarsi di quindici minuti di celebrità. Per cogliere la sicurezza della banalità del noto invece basta un minuto, ma in quel minuto sono racchiuse le domande che fondano il senso della nostra eternità.  

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