“ Il più bello dei mari è quello che non navigammo. Il più bello dei nostri figli non è ancora cresciuto. I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti. E quello che vorrei dirti di più bello non te l’ho ancora detto”.

941486_657510557612569_939496279_nCosì, nel 1942 dal carcere di Bursa il poeta turco Nazim Hikmet, prigioniero per reati politici, pensando a colei che amava, scriveva con la nostalgia di un uomo costretto alla prigionia e al tempo stesso assolutamente libero di sperare in un futuro vivibile. Tale speranza è accomunabile con la figura di Odysseo che ritorna ad essere raccontato, nel suo viaggio di ritorno da Troia, dal Professore Valerio Massimo Manfredi autore del secondo capitolo del romanzo edito da Mondadori “Il mio nome è nessuno – Il ritorno”.

Sempre con la barra sul mare dell’avventura l’eroe Itacese lotta contro le avversità che il destino si accanisce a riversargli contro. La linea dell’orizzonte ha il sapore amaro del miraggio della sua patria Itaca, della sua donna Penelope e del suo figliuolo Telemaco. Il grande nostòs, il ritorno, non sarà benedetto dagli dei, Odysseo avrà contro proprio la loro ira e neanche la sua proverbiale astuzia gli permetterà di riportare a Itaca i propri compagni. Itaca si allontanerà fatalmente tra i flutti di un mare sempre più ostile. Poseidone infuriato per l’accecamento del suo figliuolo Polifemo si prenderà tragicamente gioco di lui privandolo anche della speranza. Il Wanax di Itaca, colui che aveva sconfitto Troia con l’inganno, niente può, umanamente, contro l’abisso dell’imponderabile e inumana violenza che gli si scatenerà contro, mentre dalla tolda della sua nave assiste imperterrito allo sfaldamento delle sue certezze di Re e di uomo. Lentamente la disgrazia lo martella e lo priva dei suoi compagni che lo avevano aiutato in centinaia di battaglie. Dov’è Athena, la dea che lo ha sempre assistito e accompagnato in tutti i campi di battaglia, colei che materializzandosi in svariati modi gli ha sempre permesso di non interrompere quel filo tra il naturale e il soprannaturale? Manfredi coglie l’umanità dell’uomo e l’angoscia di essere stato abbandonato proprio da colei che, sempre, aveva ravvivato il tepore della sua anima. Ma la ricerca di una via verso Penelope non è affidata solo al pensiero eccelso dell’amore verso la sua sposa. Altre donne Odysseo incontrerà nel suo viaggio che metteranno a dura prova la sua forza e rafforzeranno la sua voglia di approdare assolutamente sulle spiagge dell’amata Itaca.

Circe, Calypso e Nausicaa, tre volti che si fondono nella fierezza di Penelope che, dritta davanti al suo trono, lancia la sfida ai proci che hanno insozzato il pavimento della sua casa e sfidando Odysseo stesso. L’eroe è preso in contropiede dalla sua donna ma non si sottrae al duello mortale che vede sul piatto non solo la sua casa ma soprattutto il suo onore. Il sangue scorrerà ma è assolutamente catartico,è un tributo all’imponderabile , una scommessa con la vita a cui la dea Athena sarà costretta a porre il suo placet.

Cos’è Itaca se non una speranza da cui si parte e a cui si vuole tornare, non con bottini vinti in battaglia, ma con bagagli d’esperienza conquistata sulle strade della vita.

“Sempre devi avere in mente Itaca – Raggiungerla sia il tuo pensiero costante. Soprattutto, pero’, non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio metta piede sull’isola, tu, ricco dei tesori accumulati per strada senza aspettarti ricchezze da Itaca”. Kostantinos Kavaphis citato da Manfredi all’inizio del volume ci restituisce la dimensione del viaggio di ritorno di Odysseo. L’eroe non arresta il suo cammino davanti al talamo dove Penelope lo ha atteso per anni, ma, come gli aveva predetto nel regno dei morti il vate Tebano Tiresia, riprenderà il suo viaggio con un remo della sua nave sulle spalle.

Senza dubbio, il lavoro del Professor Manfredi restituisce vigore alla dimensione umana che il mito, in oltre venti secoli di racconti, aveva forse un po’ appannato. Quella corsa di Odysseo nel tempo attraverso i grandi autori, che lo avevano mitizzato, riprende la via della conquista dell’uomo alla sua stessa storia che sicuramente fu, che inevitabilmente è, e che presumibilmente sarà.

Odysseo ci costringe a rivedere profondamente il nostro io, a riconsiderarlo in propensione al nostro prossimo futuro proprio col nostro bagaglio d’esperienze a cui Valerio Massimo Manfredi strizza l’occhio da storico e da profondo conoscitore della natura umana.

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