Squadra Antimafia 6: il ritorno di De Silva 660x330

La storia di Paolo Pierobon,  Agente Filippo De Silva in Squadra Antimafia, comincia per le strade, in giro per l’Europa. Poi l’amore per la recitazione ha preso il sopravvento e sono arrivate esperienze importanti. Spontaneo, divertente, ironico, sensibile. E la parte del folle che interpreta in Squadra antimafia, contrasta con l’aspetto giocherellone di quel viso che gli dona un’aria così simpatica.

Come hai iniziato a fare l’attore?

Ho iniziato a fare l’attore di nascosto perché non sapevo più cosa fare della mia vita. Ho cominciato molto presto a fare l’attore di strada e così andavo in giro per l’Europa. Poi ad un certo punto ho capito che dovevo trovare qualcosa a tempo pieno e allora ho fatto degli esami nelle varie accademie. Stavo a Milano e ho provato al Fildrammatici, Piccolo e Paolo Grassi. La prima che mi ha preso è stata la Polo Grassi. Ero stato preso anche dalle altre due scuole ma i corsi iniziavano tardi e non mi impiegavano tutta la giornata. Così ho scelto la Paolo Grassi dove sono stato per tre anni. E ho fatto tutto di nascosto perché la mia famiglia non era particolarmente d’accordo. Frequentare la Paolo Grassi, le cui lezioni duravano otto ore al giorno, era una cosa che mi serviva.

Come è nata la voglia di crederci?

Per me non è stato per gioco. (Si fa serio). E’ stato un po’ per disperazione perché sono arrivato proprio ad un punto di crisi in cui sapevo che volevo fare tutto nella vita. Era più una crisi in espansione piuttosto che in depressione. E così sono andato alla ricerca di un mestiere che potesse farmi fare un po’ tutto, assumendo diverse vite ed identità. E’ stato allora che ho deciso di fare l’attore. Ragionamento naïf, ma alla fine l’ho fatto e mi è piaciuto iniziare a farlo. Ho lavorato e lavoro tanto, faccio principalmente teatro e mi piace ancora tanto farlo. Non mi son pentito assolutamente della scelta.

E cosa ti piace del tuo personaggio in Squadra antimafia?

La possibilità di cambiare carattere, situazioni, atteggiamenti ogni volta che ho a che fare con qualcuno. Usare un po’ la metamorfosi. Mi piace farlo perché è un personaggio che cambia molto. Non è un personaggio monolitico o monocorde.

Come ti prepari?

Noi siamo un po’ particolari perché a differenza di tante fiction proviamo prima. Ed è una cosa che si fa molto a teatro dove provi un mese e mezzo gli spettacoli.

Preferisci i ruoli da buono o da cattivo?

A Squadra Antimafia mi diverte molto il ruolo da cattivo ed è una delle mie primissime e rarissime esperienze televisive perché io vivo e lavoro con il teatro. E in teatro interpreto tanti ruoli. Poi alla fine buono o cattivo non vuol dire nulla. Nessuno è tanto cattivo, nessuno è tanto buono. Mi piace di più lavorare sulle sfumature. Mi interessa togliere il più possibile tutto ciò che sia etichettabile o convenzionale per riuscire a far qualcosa di inedito anche se non sempre ci riesco. Non mi piace la routine, anche se poi stai qua un mese tutti i giorni… però cerco sempre di scappare a gambe levate dalla routine.

Dei tanti lavori che hai fatto a teatro ce n’è uno a cui sei più legato?

No, sono legato a tutti. Forse sono più legato ad un lavoro che ho fatto con un regista lituano molto importante, Eimuntas Nekrosius, che è un regista internazionale. Durante questo lavoro mi ruppi una gamba a dodici giorni dal debutto. Tra l’altro il mio personaggio aveva anche un ruolo molto fisico: dovevo fare quindici giri su me stesso. Ero disperato perché ero uno dei protagonisti e dovevo mollare tutto a dodici giorni dal debutto. Nekrosius, che produceva a Modena, venne a trovarmi a casa alle due di notte, io ero già ingessato. Parlammo tre ore. Alla fine mi chiese di recitare. E io lo feci, con il gesso. Lo spettacolo era sul personaggio di Anna Karenina di Tolstoj, io facevo Levin, e usando questo handicap del personaggio, venne fuori una cosa molto strana, molto bella. Io facevo le stesse cose fisiche, mi ero preso un coraggio incredibile, e mi premiarono con il Premio Ubu, come miglior attore non protagonista.

Una frase che ti rappresenta?

Non è facile. Ecco, questa potrebbe essere: non è facile. (Scoppia a ridere). Perché quando lavori giustamente scendi a dei compromessi. Se sono compromessi di comprensione li accetti. Ma quando sono compromessi snaturanti allora smetti di accettarli. E quindi non è facile vivere così.

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