Salayaman è ghanese. Un lungo viaggio per continuare a seguire il suo sogno: giocare a rugby.

salay 1Amatori Rugby di Messina ha presentato Salayaman, un  giovane migrante Ghanese di ventisei anni, giunto con un barcone prima a Lampedusa e poi a Messina. E’ ospite al Pala Niebolo di Conca D’oro, la struttura sportiva trasformata in centro di prima accoglienza per immigrati, e si allena con la squadra messinese da una settimana.

Salayaman si racconta. E’ andato via dal suo paese perché non gli piaceva il regime politico, ed è riuscito a superare  la grande paura del viaggio da affrontare, solo perché gli hanno promesso che qui in Italia avrebbe potuto continuare a praticare il suo sport preferito: Il rugby.

Molti non si sono imbarcati per la paura, io all’inizio non volevo imbarcarmi, ma alla fine la voglia di venire qua era più grande”.

Non riesce a trattenere l’emozione quando gli si chiede di parlare del viaggio, e preferisce non rievocare alla memoria eventi tragici che ha vissuto, come la morte di alcuni migranti imbarcati con lui già al quarto giorno di traversata. “Non è facile” dice. Ed il suo volto è un continuo illuminarsi e incupirsi a seconda che gli si chieda del Rugby, o del viaggio.

Il rugby la sua grande passione. E’ stato anche un modo per integrarsi con gli altri ragazzi della squadra e non solo. Salayaman racconta di essersi integrato bene nella nostra città. Ha degli amici anche fuori l’ambiente sportivo, quelli che si sono imbarcati con lui, tra cui anche Nigeriani e Siriani.

Quando gli chiedo come è stato accolto a Messina, si entusiasma immediatamente “Bene, la gente di Messina è straordinaria, sono tutti buoni. Il Pala Nebiolo è semplice ma mi trovo tanto bene”. Ma ecco che torna immediatamente ad avvilirsi quando gli domando di parlarmi della sua famiglia. Si ammutolisce, gli occhi gli diventano lucidi e il volto si contrae. Così prosegue per lui un amico che conosce la sua storia, e con una mano sulla sua spalla mi racconta che il giorno in cui Salayaman è arrivato a Messina ha ricevuto una telefonata che lo avvisava della morte della madre, un problema polmonare.

Dopo qualche minuto Salayaman torna a raccontarsi: “ Qui con me c’è anche mio fratello. E’ stato lui a trovare in Libia un contatto che ci ha permesso di fare il viaggio. Ho dovuto lavorare come sarto in Libia per raccogliere i soldi che servivano per il viaggio e siamo partiti.  Ho sentito i miei familiari telefonicamente, qualche giorno fa, adesso sono tutti contenti, dopo tanto piangere adesso tanta gioia”. Allora approfitto del momento di allegria per chiedergli se c’è qualcosa che gli piace della nostra cucina, e a sorpresa mi dice che gli piacciono i maccheroni, e mi racconta che quando è arrivato a Messina ha organizzato, con alcuni amici, una buonissima grigliata di carne.

E con l’ultima domanda Salayaman  rafforza in me quella convinzione di come esistano cose che vanno al di là del colore della pelle, della nazionalità, dell’orientamento politico o della religione.  Alla domanda: “Salayaman  qual è il tuo sogno?” Mi risponde: “Voglio fare qualcosa di straordinario!

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