Crisi: la parola d’ordine degli ultimi anni. In qualunque ambiente e discussione, la crisi è sempre più spesso l’oggetto della conversazione. Accendendo la tv è inevitabile scontrarsi con questa dura realtà oggettiva. L’Italia è in una crisi profonda. Una crisi che è partita come economica e sta divenendo a mano a mano una crisi depressiva. Si parla sempre più di fuga di cervelli, ovvero giovani di età compresa tra i venticinque e i trentacinque anni,  laureati o a volte specializzati che, non riuscendo a trovare un lavoro che li soddisfi – o a volte nemmeno quello – emigrano in terre lontane che danno la possibilità di crescere in maniera giusta e meritocratica.

Questo fenomeno adesso si sta allargando anche a quei soggetti che specialisti non sono, e che il più delle volte non dispongono né di un diploma né di una laurea, ma che hanno dalla loro la giovane età e la voglia di un paese che possa dargli qualche chance.

E’ vero, non tutti possono andare via, e il più delle volte chi rimane si affranca nella magra consolazione del  “resto perché voglio cambiare qualcosa in questo paese” ma la crisi, soprattutto quella depressiva, frantuma questo concetto in pochi anni.
Wilde diceva di preferire i rimorsi ai rimpianti. Quindi probabilmente se si fosse trovato in quest’epoca e fosse stato Italiano, sarebbe anche lui partito in cerca di fortuna piuttosto che avere il rimpianto di non averlo fatto.

C’è chi parte perché ha già un lavoro trovato tramite internet, chi invece lo fa per raggiungere un amore, ma i più sono quelli che lo fanno alla maniera dei nostri avi nei primi del 900… con tanta voglia di un futuro migliore e la fame di un lavoro che andranno a cercare appena arrivati. Le mete preferite sono le terre giovani: Il Canada, gli Stati Uniti e soprattutto l’Australia. La terra dei canguri, a differenza delle prime due, offre una vantaggiosa opportunità per chi non ha superato i 30 anni: il Working Holiday Visa. Questo visto, che permette il soggiorno nel territorio Australiano per un anno e il permesso di lavorare a patto di cambiare datore al massimo dopo sei mesi, è la manna dal cielo per tutti quelli che hanno la possibilità di pagarsi il biglietto e un piccolo fondo iniziale.

Anche Taormina e i suoi giovani non sono esenti da questo fenomeno. È facile oggi parlare con qualcuno in paese e costatare di avere entrambi una persona vicina, un parente o un amico che è andato via in cerca fortuna.

Ho così deciso di contattare alcuni miei concittadini che, per un motivo chi per un altro, hanno lasciato la Perla in questi anni.

Mauro (30 anni) negli USA, Andrea (33) in Australia, Irene (35) in Canada, Roberta (32) Australia, Tea (27) USA, Francesca (28) Germania.
A tutti sono state poste le stesse domande e mi sono trovato di fronte alle risposte più disparate. Ne è emerso un bel quadro della situazione.

Da quanto tempo hai lasciato Taormina?

Molti di loro hanno lasciato la città da più di un quinquennio, chi appena giunto alla maturità, chi invece alla fine di un percorso di studi universitari.

Avevi un lavoro prima di partire?

Il 75% di loro aveva un lavoro in paese, stagionale ad eccezione di uno che mi permetto di citare: “A Taormina avevo un lavoro presso il bar e le attività di famiglia. Mi posso definire un ragazzo molto fortunato, poiché potevo lavorare non solo nei 7-8 mesi nella stagione estiva ma continuare anche in quella invernale, in altre parole avevo un lavoro garantito per tutto l anno.”

Cosa ti ha spinto ad emigrare?

Qui la risposta, nelle molteplici versioni è abbastanza comune.
La voglia di mettersi in gioco, di fare nuove esperienze, di vivere la vita, di non subire la paralisi Italiana lavorativa e non. Anche qui fatta eccezione per qualcuno che invece si è allontanato per motivi di cuore e che poi, cito testualmente “si è reso conto di dover stare lontano dalla sicilia se voleva proseguire nel lavoro che si era scelto”.

Come vedi l’Italia oggi? Segui le notizie italiane?

A questo punto i miei “intervistati” si spaccano a metà. C’è chi segue le notizie Italiane e la situazione in patria costantemente e chi invece non ne vuole proprio sentire parlare e che, anche quando si mette in contatto con parenti e amici, evita di chiedere.
Questo atteggiamento, di ripudio della terra madre, è da imputarsi al continuo scherno che si ha dell’Italia quando si vive fuori da parte degli altri. La nostra costante e pedissequa perseveranza nell’essere la repubblica delle Banane negli ultimi 20 anni ha prodotto, e questo lo posso affermare anche per esperienza personale, una visione ancora più distorta del Bel Paese fuori dai suoi confini nazionali. Una volta che ci si trova all’estero e si investe la propria vita su un altro paese, la rabbia che scaturisce dal constatare miserevolmente che i risultati non sarebbero stati lontanamente raggiungibili in Italia, porta i ragazzi ad un distacco quasi totale. Tutti però tornano insieme quando rispondono alla prima domanda: “non bene” cito testualmente “E’ chiaro che esiste un malessere generale legato soprattutto alla situazione economica e alla disoccupazione. Di contro il governo non fornisce i mezzi per agevolare l’intraprendenza giovanile che possibilmente potrebbe creare nuovi posti di lavoro o addirittura nuove tipologie d’impiego. Il problema continua ovviamente a essere più prevalente nel meridione.”

In futuro pensi di ritornare di Italia?

Anche qui i ragazzi sono quasi tutti d’accordo. Tornare? Si, ma in vacanza!
È chiaro che ormai tutti vedono l’Italia come un lontano miraggio di vita. Forse tornerebbero tutti, ma solo se l’Italia diventasse come il paese in cui ora vivono. Consci che questo non succederà, si limitano a venire in vacanza. C’è anche chi in vacanza ci viene e riscopre ancora più forte la voglia di vivere lontano da qui. Cito: “Mia moglie incinta di 4-5 mesi, arrivo sotto casa mia e mi trovo parcheggiata una macchina, che non solo blocca il mio ingresso ma anche quello di altri 3 garage. Chiamando il comando dei vigili ed eseguito il controllo dell’autovettura, non è multata e lo sai perché’? La macchina in questione era di un ex assessore.”

Sono esperienze come queste, o altre ancora più profonde, che messe a paragone con paesi dove i politici non hanno auto blu, o percepiscono uno stipendio normale, e dove la spintarella è solo una chimera, che rendono più forte la convinzione di aver fatto bene a lasciare l’Italia.

Cosa ti manca di più dell’Italia?
Il coro più unanime: la famiglia, gli affetti gli amici.
Eh si, perché se tutto il resto luccica come l’oro, questo aspetto accomuna invece tutti gli intervistati. Pur vivendo da anni fuori e pur avendo una considerevole vita sociale, addirittura pur essendosi sposati, tutti hanno risposto che ciò che più manca è la Famiglia. Del resto siamo Italiani, e questo significa anche avere il valore della famiglia, cosa che in alcuni nuovi paesi manca.

Note dell’autore:

Ringrazio tutti i miei amici intervistati, per essere stati così gentili e pronti nel rispondere alle mie domande, e auguro a tutti loro di trovare il meglio, lì o qui (un giorno).

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