Salone dell’Editoria Sociale 660x330

La grande mutazione è il titolo dei quattro giorni (31 ottobre – 3 novembre) del Salone dell’Editoria Sociale che si svolgerà a Roma. Tra gli argomenti si discuterà sugli effetti della crisi sulla società, su come l’economia di mercato abbia dettato legge per troppi anni e sulla necessità vitale di un cambiamento di prospettiva.

Il primo mutamento riguarda la soglia di povertà, in base al dossier presentato dalla confederazione nazionale, il numero degli indigenti in Italia è aumentato di un milione di persone negli ultimi tre anni. I più colpiti gli anziani e i bambini del meridione anche se quello della povertà oggi è un fenomeno non legato a una sola categoria, ma coinvolge l’esclusione, la fragilità e la vulnerabilità sociale, riferendosi così all’impossibilità, all’incapacità o alla discriminazione, per cui l’individuo perde la percezione di appartenere a una data comunità.

Oggi i nuovi poveri sono le famiglie che si trovano in difficoltà a pagare il mutuo della casa, gli operai e gli impiegati del settore privato che hanno perso il lavoro, i separati che hanno dovuto lasciare la casa al coniuge e sono in difficoltà a trovare un tetto, le donne single con figli, i professionisti in giacca e cravatta che non hanno più un reddito. Con il termine nuove povertà non si parla più di una condizione economica ma dell’instabilità, dell’insicurezza e del cambiamento demografico e sociale, che è avvenuto all’interno della nostra società: perdita del lavoro, lavoro non equamente retribuito (sfruttamento e precarietà), andamento demografico declinante (aumento del numero degli anziani oltre i settantacinque anni), instabilità familiare (nuclei familiari composti da giovani single, sorgere di diverse forme di coabitazione, incremento dell’età della prima maternità, incremento della proporzione di nascite fuori dal matrimonio, cambiamento dei ruoli di genere nelle famiglie, incremento dell’incompatibilità dei tempi di lavoro con quelli di cura dei figli, incremento di famiglie monoparentali con figli), attesa di vita (l’Italia è seconda al mondo dopo il Giappone per aspettativa di vita).

Sono soprattutto questi i determinanti sociali che causano diseguaglianze a cui si aggiunge poi l’inadeguatezza da parte dello Stato, e a volte anche della società civile, ai bisogni che non sono come abbiamo visto solo più materiali ma anche affettivi, di relazione, di ruolo, di legame comunitario. Si dovrebbe dunque passare da un welfare prettamente previdenziale e assistenziale, di fatto, anche questo carente in Italia, a un welfare familista e comunitario.

Si dovrebbe insomma investire sulla’occupazione giovanile, su quella femminile, sulle famiglie, sulla scuola e la ricerca; si dovrebbe valorizzare il territorio, la cultura e lo sviluppo sociale.

Questo processo può avvenire assumendo come interlocutore principale la società civile e dando al volontariato, alla cooperazione e all’associazionismo ampi spazi di corresponsabilità all’interno delle istituzioni. Si dovrebbe (mi scuso per l’uso ripetuto del condizionale del verbo dovere, inteso qui come obbligo morale) attuare la legge 328 del 2000, legge – quadro per la realizzazione del sistema integrato d’interventi e servizi sociali, che pone il volontariato come soggetto al pari dignità delle istituzioni in un’ottica “meravigliosa” di democrazia partecipativa. Di fatto un certo mutamento che va controcorrente nella società civile sta avvenendo, grazie soprattutto ai social networks, e ne abbiamo già parlato su questo blog, basato sul consumo collettivo e collaborativo, l’economia dello scambio, la sostenibilità ambientale, la condivisione delle informazioni, le associazioni che adottano parchi e monumenti, i volontari che svolgono attività di animazione, di ascolto, di compagnia, in una dimensione di arricchimento umano.

Riaffermare la centralità dell’individuo e dei suoi diritti potrebbe essere un grande mutamento sociale.

© Riproduzione Riservata

Commenti