Squadra Antimafia 6, ecco Fabrizio Nevola il

Si chiama Fabrizio Nevola, ha da poco compiuto 34 anni, è campano. Adora Troisi, ama leggere e prendersi poco sul serio. Ha lavorato tanti anni con Massimo Ranieri. Ha al suo attivo un numero impressionante di esperienze teatrali, una fiction e qualche film. E’ un ragazzo con i piedi per terra, che odia le forme di divismo e che ha deciso di sacrificare tutto per fare l’attore. Un mestiere difficile, dove devi sempre seguire delle regole. Ha rinunciato a girare un film con Marco Risi per recitare in Squadra antimafia. Sarà lui il volto di Ettore Ragno, il nuovo protagonista della prossima serie. Un personaggio lontano anni luce da lui, ci ha confessato. Fabrizio ama darsi al pubblico. E’ un ragazzo semplice, così come lo vedi. E’ elegante con la sciarpa al collo. Il suo accento campano, quando decide di mostrarlo, ti conquista. Per lui il teatro è vita. Ma è anche un po’ morte.

Come diceva Edoardo De Filippo “Teatro significa vivere sul serio quello che gli altri, nella vita, recitano male”.

E davanti ad una buona fetta di pesce spada e vino rosso, Fabrizio Nevola si racconta in questa intervista per Blogtaormina.

“Non si giuduca un attore per la sua bravura. Puoi giudicare la tecnica. Un attore può piacere o non piacere, ma il gusto è soggettivo, l’importante è non avere l’ossessione di piacere a tutti”

Mi parli di Ettore Ragno, il tuo personaggio in Squadra Antimafia?

Ettore Ragno è il capo della famiglia Ragno, i nuovi cattivi della prossima serie di Squadra Antimafia. Io sono il fratello intermedio. C’è Nicola, il fratello maggiore e Rachele, la sorella più piccola. Io sono il più fumantino, un po’ folle. Il mio obiettivo è ricostruire la famiglia. Esco dal carcere e, come per tutti i grandi boss, il carcere è sinonimo di importanza. Di conseguenza, sono tra i tre fratelli, quello che agli occhi della gente gode di maggior rispetto. Ho le carte in regola per poter riprendere le redini di questa famiglia ormai in decadenza: l’amicizia con il boss Don Carmine, l’eredità di mio nonno, prima a capo del nostro mandamento, San Vincenzo.

Ettore ha la personalità dei vecchi capi. Una personalità epica. Non a caso, credo, gli sceneggiatori di Squadra Antimafia, hanno scelto dei nomi altisonanti per questi cattivi. Achille nella quinta serie, Ettore nella sesta. La sua epicità sta nello sguardo, sempre rivolto verso il futuro, come se dovesse conquistare Il mondo.  attraversa le cose. Non pensa mai al presente. Questo, anche un suo difetto. Non riesce a tenere a bada tutti i pericoli, non li prevede, mettendo a rischio sé e la propria famiglia pur di arrivare. è molto affascinante Come modo di affrontare la vita. E’ uno che va avanti a prescindere da tutto. Ha le idee chiare e ha la passione per quello che fa, il male paradossalmente.

Come ti sei preparato per interpretare Ettore, un uomo che è uscito dalla galera?

Noi siamo circondati dal male. Basta guardarsi attorno. Per quanto mi riguarda, la sceneggiatura scritta è già una preparazione. Siamo pieni di ciò che ci circonda. Basta scegliere quello che serve  e inserirlo in quella situazione. Diciamo che non c’è un metodo. Ci sono tanti metodi.

Come mai hai fatto il provino per Squadra antimafia?

E’ sempre molto molto difficile entrare nella lista per fare i provini. In Italia è così. Non so il perché. In altre realtà i provini sono pubblici. Qui, invece, devi passare diversi step, ci sono tante figure professionali che fanno da filtro tra il regista e l’attore che poi dovrebbero essere le uniche professionalità artistiche a confrontarsi e scegliere. Sono talmente poche le volte che hai la possibilità di fare un provino che appena ti capita lo vai a fare subito. Da un punto di vista professionale è un’ottima occasione.

Non sei nuovo alla fiction. Hai interpretato Vittorio in Capri 3.

E’ stata una botta di fortuna. (ride)

E’ stato più divertente girare Capri o Squadra Antimafia?

Sono due esperienze molto diverse, ma entrambe divertenti. Perché Capri è molto vicino a quello che sono io. Non amo prendermi sul serio, sempre sopra le righe. La fiction Capri è stata divertente perché è stata girata a Napoli e richiamava tutte quelle che sono poi le mie origini, la mia formazione. Io rido davanti ai film di Troisi, De Sica, di Totò. Capri permetteva di Riproporre un pò quelle atmosfere. In Squadra Antimafia invece lo sforzo interpretativo è diverso, perché il personaggio si distacca completamente da me. E’ Siciliano, non ha il mio accento ed è soprattutto una persona “nera”. Non direi cattivo, nera. Quello che noi definiamo cattivo, dal suo punto di vista non lo è. Lui ripete solo i codici che ha imparato da piccolo, è sempre stato abituato a vivere così, nell’emisfero oscuro del mondo, appunto. Se tu vivi in un determinato contesto, diventi quel contesto. C’è un testo di Matteo Messina Denaro, “Lettere a Svetonio” che spiega tutte queste dinamiche. Del resto il figlio di un genitore capo, per trent’anni, di un mandamento, diventa a sua volta uomo d’onore per eredità.

Come hai iniziato a fare attore?

Nel 2002, ho fatto il primo spettacolo teatrale a Napoli. Nel 2003 ho iniziato a frequentare l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica.

Ti consideri più fortunato o più bravo?

Ogni evento artistico è suscettibile al gusto, ed anche la bravura viene determinata soggettivamente dal gusto di chi assiste, partecipa all’evento in questione. Io non sono mai stato spettatore di me stesso e non posso quindi definire se sia bravo o meno. Posso solo dirti che ho una fortuna sfacciata a fare un mestiere che mi piace.

Hai lavorato tanto a teatro con Massimo Ranieri. C’è una frase che ti è rimasta di lui?

Più che frasi, Ranieri racconta aneddoti. Quelli che mi piacevano di più, quando li raccontava, erano  legati a Strehler. Mi ha raccontato  che una volta, mentre preparava lo spettacolo “L’isola degli schiavi”, doveva dire una frase che manifestasse sorpresa. Strehler gliela fece ripetere tutta la giornata per temprarlo al sacrificio. Un’altra cosa che raccontava spesso, un aneddoto del grande De Filippo. Durante le premiazioni al Teatro Antico di Taormina, Edoardo De Filippo salì sul palco e disse: “Quando sono in palcoscenico a provare, quando ero in palcoscenico a recitare… è stata tutta una vita di sacrifici. E di gelo. Così si fa il teatro. Così ho fatto!” Questa frase è questo mestiere. Perchè è fatto di grande solitudine, di freddo. Il freddo di chi ti circonda, sia che piaci, sia che non piaci. Massimo Ranieri creava molto gelo, ma era un gelo formativo. Per questo mi meraviglio quando sul set mi danno calore. Mi imbarazza a volte questo calore. Mi sorprende in un certo senso.

Hai rinunciato a qualcosa per il tuo mestiere?

Le rinunce fanno parte del gioco. Ma la possibilità di poterlo fare questo mestiere ripaga quello che hai lasciato. Mi dispiace aver rinunciato ad un film con Marco Risi in questo periodo, non si incastravano le date.

Pensi che fare fiction televisive possa penalizzare la tua carriera?

No.

Da un punto di vista personale hai rinunciato a qualcosa?

Si rinuncia a vivere, mi spiego ovviamente. Famiglia, figli, non possono esserci per me. Come li mantieni? E poi non sei presente. Questa è la grossa rinuncia. Fai tantissimi sacrifici. Poi c’è chi invece riesce a costruirsi una famiglia. Ma se ci pensi bene, quante famiglie di attori rovinate ci sono in giro? È anche vero che non bisogna esser per forza attori per rovinar famiglie.

Una cosa che odi?

La mancanza di semplicità. La spettacolarizzazione di se stessi, il divismo, il superfluo. Il non riuscire a parlare con le persone in maniera diretta perché magari si irritano. La fatica delle relazioni sociali.

Dimmi una frase di Totò che ti piace

E’ una frase de ‘A Livella’. Fa così: “Perciò, stamme a ssenti… nun fa’ ‘o restivo,
suppuorteme vicino che te ‘mporta? Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive: nuje simmo serie… appartenimmo à morte!

A parer mio questa frase rispecchia perfettamente quello che è fare l’attore. Per fare l’attore bene devi morire per come ti conosci, lasciar fuori le pagliacciate appunto e rinascere attraverso i personaggi che interpreti, riscoprendoti.

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