Squadra Antimafia 6, Ernesto D'Argenio è il cattivo Saro Ragno

Si chiama Ernesto D’Argenio, ed è uno dei nuovi volti della fiction Squadra Antimafia 6. E’ uno spirito libero con una vera e propria fascinazione per le storie e l’eleganza del passato. Uno sguardo inedito che gli permette di passare facilmente dal ruolo del malavitoso al sorriso ironico di Mameli Barbara, brillante disegnatore trapanese degli anni Trenta, il personaggio che ha voluto affidargli Ettore Scola nel suo ultimo film “Che strano chiamarsi Federico” dove D’Argenio ha avuto anche la  fortuna di indossare i panni di Marcello Mastronianni. Sull’onda di questo passato che per lui permea il presente, proprio a Catania, dove sta girando alcune puntate della sesta serie, ha comprato la sua prima auto, ovviamente retrò, una vecchia bella e malconcia Fiat 124. Non sa se credere nel destino che però sembra tessere per lui una bellissima tela. Ama leggere, il suo personaggio preferito è Il Conte di Montecristo perché racchiude in sé il lato positivo ed oscuro di ogni uomo. Considera Squadra Antimafia un punto di partenza e spera di interpretare altri mille personaggi. Parlando un po’ di sé e un po’ di Saro Ragno, (si chiamerà così nella fiction Squadra Antimafia), Ernesto si racconta in questa lunga intervista.

“Sono uno che mette sempre un po’ tutto in discussione. Sono una sorta di spirito libero. Mi piacciono le cose che accadono in maniera naturale e senza costrizioni”

Mi parli un po’ di questo nuovo personaggio di squadra antimafia?

In Squadra Antimafia 6 interpreto Saro Ragno. E’ il cugino di Ettore Ragno, quello che, uscito dal carcere, vuole riprendersi il mandamento lasciato un po’ allo sbando dopo la morte del padre. E non solo il mandamento, ma vuole allargare sempre di più il potere della sua famiglia. L’obiettivo infatti è conquistare i vertici della cupola. I Ragno sono una famiglia giovane, ambiziosa. Ettore più degli altri. La sua ambizione quasi lo corrode mentre il mio personaggio, Saro, più silenzioso e riflessivo, è chiamato costantemente a mantenere la lucidità, la chiarezza degli obbiettivi e ad elaborare la strategia di come raggiungerli nel modo più scaltro ed efficace. Credo che Saro Ragno sia legato profondamente a dei valori. Mi piace anche pensare che sia legato forse nostalgicamente ad un passato, un tempo, ricco di valori forti, imprescindibili e ormai quasi desueti quali: la lealtà, l’onore, il rispetto. Proprio la lealtà lo porta a sostenere il cugino Ettore anche quando prenderà delle decisioni  discutibili che non posso anticipare.

Saro Ragno ci sarà per tutta la serie?

Si. Dall’inizio alla fine. Più precisamente fino alla penultima puntata. (ride)

C’è qualcosa che ti accomuna a questo personaggio?

Penso che tutti noi siamo tante cose. Per cui cerco di trasmettere alcune della mie caratteristiche al personaggio. Sicuramente anche una certa riservatezza. Saro è silenzioso, guardingo, a volte diffidente. La riservatezza è di sicuro il punto che abbiamo in comune. Ma anche lo spirito di osservazione, perché come me è uno che osserva molto.

Come ti prepari alle scene?

Il mio è soprattutto un lavoro a monte. Lettura e rilettura di tutto l’arco narrativo. Successivamente individuo, attraverso la sceneggiatura, quelle che sono le peculiarità, gli snodi principali, le circostanze e caratteristiche del personaggio e cerco di tracciare una sorta di mappa molto dettagliata. Dopo di che, poiché sai che non giriamo in cronologico, prendo questa mappa e la rimetto sempre in discussione perchè le scene possono anche cambiare. Ma avendo alla base questi dati riesco in maniera veloce a mettermi nelle condizioni richieste in quel momento cercando di vivere quell’attimo.

E’ la tua prima volta in Sicilia o c’eri già stato?

Ero già stato in Sicilia. Precisamente a Taormina e Giardini Naxos.

Hai avuto difficoltà ad interpretare l’accento siciliano, così come previsto in Squadra Antimafia?

In realtà per me è stato un po’ un invito a nozze nel senso che, al di la delle mie origini, prettamente meridionali, che intrecciano Campania e Sicilia, sono cresciuto in un ambiente che era ricco di emigrati del sud. Una parte della mia vita l’ho passata con i miei parenti meridionali e poi sono tornato a Milano, dove i miei vivono ancora oggi e dove parlano le loro lingue per quanto siano diverse. Talvolta mi sembra di sentire una mancata appartenenza come se non fossi di nessun luogo. E questo però mi ha permesso di avere una certa facilità nei suoni.

C’è un personaggio a cui ti ispiri?

Un personaggio per me indelebile è quello creato dalla penna di Alexandre Dumas: “Il conte di Montecristo”. Ho conosciuto questo personaggio nella preadolescenza. E’ sicuramente uno di quei personaggi a cui anelo somigliare, in un certo senso. In esso è presente un po’ di tutto. Un po’ di me. C’è il senso di vendetta molto forte contro i soprusi, c’è anche una grande umanità, c’è un grande intelligenza, la lealtà, i valori.

Quanto sono importanti nella tua vita i valori?

Sono uno che mette sempre un po’ tutto in discussione. Sono una sorta di spirito libero. Mi piacciono le cose che accadono in maniera naturale, senza costrizioni. Spesso, quando i valori sono cose imposte, diventano delle costrizioni. Per cui mi affido più al sentire che alla costruzione di valore inteso come dogma. Bisogna cercare di mettersi in discussione.

Rinunceresti a qualcosa per il tuo lavoro?

Beh, questa è una cosa che già fai…o almeno credo. Rinunci un po’ a una pagina, se vuoi no. Ad una tranquillità. Molti miei amici mi vedono un po’ scapestrato, in un certo senso, perché a differenza mia sono già sposati, o quasi sposati, con dei figli. Sono quei valori imposti di cui ti parlavo prima. Penso che le cose si devono fare quando le si sentono. Di sicuro ho rinunciato ad avere un rapporto con la famiglia più radicato, ho rinunciato a delle amicizie del luogo, infatti ho veramente pochissimi amici del passato, purtroppo. Perché proprio in questa spirale di mettersi in discussione ho osato. A diciannove anni sono partito per l’Inghilterra. E prendendo quella strada perdi quel legame, quell’essere un po’ abitudinari.

Perché sei andato in Inghilterra?

Sicuramente c’era un forte bisogno di evasione, una non accettazione di quella realtà. Quella periferia, quel modo di vivere e di pensare le cose era per me un po’ ristretto. Quasi mi sento fortunato per avere avuto quella lucidità rispetto ad altri che magari rimangono ancorati a certe dinamiche che poi non producono vera bellezza. Questo è un altro punto importante: cercare la bellezza, per quanto dolorosa possa essere. Poi sono andato in Inghilterra anche per ragioni di cuore. In Inghilterra avevo conosciuto una ragazza. Lei voleva stare con me. Così, tornato a casa, dove facevo il primo anno di Università e avevo un lavoro part-time, spinto dall’amore, decisi di mollare tutto per ritornare in Inghilterra. Poco prima di partire, lei – me lo ricordo ancora – mi scrisse una mail che diceva “Caro Ernesto  forse questa mail ti sorprenderà”. Mi è bastato solo l’incipit per capire il contenuto. Io avevo la valigia pronta sul letto. Malgrado ciò, memore del Conte di Montecristo, mosso soprattutto dall’orgoglio, decisi di partire comunque. E mi buttai in questa avventura che poi, paradossalmente, mi avvicinò anche al teatro, mio ancestrale bisogno. In Inghilterra infatti conobbi degli allievi di recitazione e regia di scuole importanti con i quali iniziai ad intervallare la recitazione insieme ai viaggi.

Ci credi al destino?

Si, forse. Oddio. (ci pensa). Forse un po’ te lo crei.

Un tuo pregio

Forse lo spirito di osservazione e la messa in discussione

Un difetto?

Uno solo? (Ride). A volte sono un po’ intransigente verso certe cose che non mi piacciono.

Cosa ti aspetti da Squadra antimafia?

Lo considero sicuramente un’opportunità in cui dare il meglio di sé. Un bel punto di partenza. Diciamo che mi auguro mi dia la possibilità di poter vivere altri tanti, mille personaggi

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