Buon viaggio, Enrico!

Se esiste un paradiso degli utopisti è là che incontreremo di nuovo Enrico Giardino. Nessun dubbio su questo; sempre che riusciremo anche noi ad arrivare alle vette di coerenza necessarie ad entrarvi, cosa tutt’altro che scontata quando ricordiamo la vita di Enrico.

Egli ha rappresentato un esempio di impegno cosciente continuo, nel sociale così come nella famiglia. Ha dimostrato di avere fiducia e coraggio incrollabili nel credere, fino all’ultimo, ad un cambiamento risolutivo del sistema, che fosse basato sui valori di giustizia e legalità, insiti nello spirito fondante della Costituzione, che ha sempre difeso fermamente contro chi voleva mutilarlo.

Un uomo buono, speciale, con qualità rare. Umiltà e consapevolezza, quelle che saltavano agli occhi; la sua ampia intelligenza che spaziava da un mondo all’altro, cogliendone relazioni e leggi. Una personalità preziosa che ha saputo ben conciliare, con logica interdiciplinare, la sua conoscenza tecnica con una sensibilità umanistica di pregio, fino ad occuparsi attivamente di questioni giuridiche. Interlocutore importante ma scomodo per molti politici e uomini di cultura della sua stessa sinistra. Tutto a causa della sua onestà intellettuale integerrima, così grande da imbarazzare.

Fin da giovane ingegnere elettronico, laureato a pieni voti, operativo nel settore della ricerca tecnologica della Rai, si schiera subito apertamente e in prima linea nell’ambiente di lavoro e nel mondo sindacale e politico, con la sua critica intelligente, mai fine a se stessa, sempre arricchita da elementi costruttivi concreti, concepiti con studio puntuale e nobile passione.

Ben presto si fa elemento aggregatore di numerose associazioni schierate nella difesa dei diritti delle persone e trova nel principio del Diritto a Comunicare, sancito dall’Unesco, la prospettiva ideale per farle dialogare tra loro. Fonda il Forum Dac, il forum interassociativo per il Diritto a Comunicare e da allora ha sempre fornito osservazioni critiche e soluzioni lungimiranti sulla realtà politica e sociale di questo paese.

Enrico aveva compreso bene i problemi che si presentavano fin dagli anni ’70, in quella Rai che iniziava a rimangiarsi le riforme libertarie duramente conquistate dai lavoratori; in quella Rai costretta dall’interno ad attuare una progressiva riduzione generale delle sue capacità di comunicazione, così da trovarsi ad essere meno competitiva sul mercato privato delle televisioni che andava berlusconizzandosi. E’ stata dura per lui accettare lo stop imposto alle ricerche sulle comunicazioni satellitari, alle quali il suo ufficio era preposto, come anche assistere alle progressive quanto svantaggiose riduzioni di organico professionale ed artistico che la Rai ha irrazionalmente attuato dagli anni ’80 in poi.

Enrico conosceva bene anche quell’Italia che era destinata a diventare carne da macello del regime partitocratico e lobbystico, assistito dalla casta giornalistica allevata nel proprio seno. Le sue denunce puntuali, circoscritte, mai fini a se stesse, hanno costellato l’intero arco degli eventi politici degli ultimi trent’anni, almeno, tanto da rappresentare un bagaglio di memoria senz’altro da custodire per quando si vorrà ricomporre la storia di questo paese.

Di delusioni politiche ce ne sono state tante, nella sua vita, una serie infinita, e rimanevo ogni volta sconcertato quanto egli potesse ancora credere attivamente nel valore fondamentale della partecipazione politica e sociale, ovunque si presentasse una buona occasione per farlo.

Anche le elezioni politiche, che sono diventate la farsa che sono, rappresentavano per lui un anello importante della catena democratica, da dover considerare e riformare, ma non senza che fosse messo in luce il loro ruolo all’interno del sistema integrato della comunicazione

Per Enrico la comunicazione era così importante che considerava imprescindibile renderla materia di un quarto potere costituzionale, oltre ai tre tradizionali dello Stato, l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario. Finché non si prende formalmente atto che la comunicazione è effettivamente un potere, il cui controllo risulta determinante non solo per l’equilibrio tra poteri, ma anche per l’esistenza stessa degli altri tre, non si potrà mai arrivare ad una società giusta.

Enrico era certamente un ideologo, nel senso più puro del termine. Grande teorico politico, la sua opera è ancora tutta da scoprire. Un uomo che ha contribuito con mille idee acché l’utopia diventasse davvero possibile, visto che esistono le condizioni di una sua concreta realizzazione attraverso i mezzi tecnici, politici e giuridici oggi disponibili. I suoi progetti di riforma della Rai, la sua concezione di un Sistema Integrato della Comunicazione, ove ogni settore tecnico e ogni attore sociale abbiano il loro giusto e razionale collocamento a beneficio di tutta la comunità umana; questi e altri progetti rappresentano un’eredità preziosa attualissima da curare e portare avanti.

Auspico che Contanima, editore dei siti web Pickline.it e Blogtaormina.it, su cui Enrico Giardino scriveva con una generosità e assiduità straordinarie, si facesse portavoce di un’iniziativa del genere per cominciare a pubblicare il complesso insieme degli scritti di Enrico. Io stesso mi prometto di lavorare alla sua ultima intervista, rilasciatami appena tre mesi fa.

Enrico era un ideologo anche perché aveva sposato una vera ideologia, quella marxiana, basata sui valori di uguaglianza, giustizia e dialogo fra i popoli, e che rientrava in quell’idealismo alla rovescia qual è il materialismo dialettico e progressista.

Conoscevo bene Enrico. E’ stato il mio maestro politico, oltre che amico e collaboratore in molte circostanze che nascevano in Rai negli anni in cui la frequentavamo insieme. Enrico mi ha sempre dimostrato l’amicizia fraterna di chi appartiene alla mia stessa famiglia di anime. Questo aspetto più metafisico dell’esistenza umana non l’abbiamo condiviso spesso, perché l’impostazione mentale di Enrico non era la mia. Non di meno la sua curiosità intellettuale era sempre presente e mi onorava di frequente del suo vivo interesse per quei fenomeni sciamanici che mi piaceva raccontargli, o per quelle ipotesi extraterrestri al di là del palcoscenico mondiale, facendolo sconfinare ben oltre il suo congenito e laico realismo ingenuo.

Era una piacevole provocazione, che lui amava sempre accogliere, divertendosi a chiedere ulteriori dettagli e cercando giustamente vie razionali di spiegazione, pur non volendo mai negare il valore delle mie esperienze di vita.
Aveva un’apertura mentale invidiabile è l’assiduo e amorevole contatto che ha saputo tener tra le nostre rispettive famiglie ce l’ha sempre confermato.

E’ strano, ed è difficile da raccontare, ma quando la notizia della sua partenza mi ha raggiunto, così improvvisa e inaspettata (perché Enrico stava bene), è ovvio, c’è stato da parte mia un senso di incredulità e di immediata mancanza. Ma dopo qualche ora ho cominciato a percepire qualcosa di ingiustificabile. Interiormente, un profondo senso di gioia mi ha attraversato a lungo e sentivo che questa onda di calore e di gloria, proveniva proprio da lui, diciamo dall’Enrico disincarnato. E’ per me impossibile spiegare meglio. In ogni caso in quel momento ho saputo che Enrico si era liberato. Aveva raggiunto la luce.

Con un trapasso rapido, sapiente, direi, appena ha potuto “toccare con mano” di che cosa è fatta la trama della realtà oltre la cortina terrena, anche le ultime pastoie mentali, quelle che sovrastrutturavano il suo spirito, si sono sciolte. Questa sì, che è una vittoria! Andare oltre la matrix!

Buon viaggio, Enrico. Ti auguro di raggiungere presto la tua stella e di incontrarvi una delle tante civiltà galattiche più evolute della nostra. E’ questo ciò che meriti. E lì nutrirti di tutta la conoscenza che hai sempre desiderato, per poi, lo so già, venircela a donare quando ci incontreremo di nuovo, in una delle tante manifestazioni possibili del Creatore.

 

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