Il naufragio di Lampedusa 660x330

La morte procurata dai mercanti di carne umana, a poche centinaia di metri da Lampedusa, all’alba del 3 ottobre è uno dei fatti più tragici ai quali l’intero mondo assiste, impotente o almeno così sembra. Non ho io le parole giuste per esprimere il dolore, la rabbia, il senso di colpa e allora ripeterò ciò che con efficacia comunicativa ha autorevolmente detto Papa Francesco: vergogna!

Torno su questa tragedia, invece, per fare una riflessione che mi sembra sia mancata nella confusa rissa mediatica. Gli occupanti del barcone erano tutti o quasi provenienti da due paesi che, sebbene distanti geograficamente, sono vicini a noi italiani per storia e responsabilità politica: Eritrea e Somalia. Entrambi sono stati colonie italiane per circa un cinquantennio. Persino dopo la fine dell’egemonia coloniale, in particolare in Somalia, il governo italiano ha avuto un ruolo importante.

Certo, dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi non solo è trascorso tanto tempo, ma le condizioni di questi due paesi è cambiata radicalmente, in peggio. Tuttavia, sarebbe sciocco non vedere che c’è un nesso tra colonialismo e attuale disastro. Come è avvenuto per tutto il resto dell’Africa colonizzata da inglesi, francesi, belgi o portoghesi, la conquista dell’indipendenza ha fatto esplodere criticità provocate non da un’atavica propensione delle popolazioni locali alla violenza, ma dal modello di amministrazione coloniale imposto dall’imperialismo alla fine dell’Ottocento e nella prima metà del Novecento. Il dominio imposto con l’uso della forza, della corruzione e della violenza razzista da parte dei belgi in Congo, degli inglesi in Rwanda, dei francesi in Algeria, dei portoghesi in Angola, ha modificato profondamente le società locali e ne ha spezzato il senso di comunità, di solidarietà, di mediazione culturale. Utu e Tutsi non erano due etnie africane, ma due gruppi sociali creati per ragioni di dominio dai colonialisti. L’esplosione della violenza nel 1994 è stata la conseguenza di un determinato modello storico di potere coloniale.

Non diversamente, gli italiani nell’Africa Orientale Italiana hanno governato le popolazioni locali teorizzandone la “biologica” e “naturale” impossibilità a diventare civili e moderne. Le forme di persecuzione, la barbarie di rappresaglie e costanti violenze perpetrate nei confronti della popolazione civile, ormai ampiamente documentate dalla storiografia anche italiana, sono state uno stile di vita civile e sociale che ha modellato intere generazioni eritree e somale. Il regime dittatoriale eritreo e la sostanziale ingovernabilità della Somalia non sono fenomeni storici a noi estranei. Con una piccola forzatura logica, mi vien da dire che sono parte integrante della storia d’Italia.

Le reazioni del mondo politico italiano, in questa ottica, mi sembrano o inutili o dannose. Sono inutili e dannose le sconnesse e superficiali parole propagandistiche della Lega, ma sono altrettanto inutili e dannose le proposte del Presidente della Repubblica o del governo, secondo i quali bisogna difendere le nostre frontiere e si invoca l’aiuto europeo. In sostanza, ritorna ancora una volta l’idea dell’Europa fortezza, nella quale vive una piccola parte della popolazione mondiale, in un presunto o reale stato di benessere, mentre oltre cinque miliardi di persone vivono in aree del mondo caratterizzate da povertà, guerra, persecuzioni religiose e politiche, disastri naturali, ruberie, corruzione, schiavitù.

Io, invece, credo che il vero problema sia la mancanza di una politica a livello internazionale sulla mobilità. Potersi spostare da un paese all’altro o da un continente all’altro è un diritto dell’uomo o no? Se no, questa negazione di un diritto deve valere per tutti; se sì, altrettanto. Ricordo che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, stabilisce che “ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese” (art. 13, comma 2) e che “ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni” (art. 14, comma 1). Oggi, invece, questo diritto è negato a coloro che non hanno la ricchezza sufficiente per farlo valere; e non mi si venga a dire che il diritto è negato agli extraeuropei, cioè ai cittadini non Schengen, perché extraeuropei sono anche canadesi e statunitensi che, fatta salva qualche piccola incombenza burocratica, entrano ed escono tranquillamente dall’Unione Europea. La vera e sola differenza tra un somalo e un americano è il denaro o, meglio, l’affidabilità economica del rispettivo Paese di provenienza.

Ho avuto esperienza diretta di tutto ciò. Ho visto come opera una Ambasciata italiana in Africa, ostacolando chiunque chieda di venire in Italia, anche quando è in grado di dimostrare di avere ragioni reali per venire. La fila si allunga e alla fine molte persone, dopo aver sbattuto la testa contro un muro d’ambasciata (italiana o inglese o francese è uguale), decidono di consegnarsi ai mercanti di carne umana. Decisione estrema, difficile, che solitamente si paga a caro prezzo (non mi riferisco al denaro). Persone che hanno genitori, fratelli e sorelle, cugini, zii, abitazione, titolo di studio, quartiere, villaggio, ricordi d’infanzia, educazione e ogni altro bene della vita, esattamente come un qualsiasi abitante dell’Europa.

A noi appaiono come individui, senza terra e senza famiglia, ma non è così. Se compiono degli atti disperati, è perché, una volta tagliato il cordone ombelicale con la madrepatria, non possono più tornare indietro. Allora, la domanda cruciale è la seguente: quante vite umane si salverebbero, se il diritto alla mobilità venisse amministrato diversamente. Negare il visto a un cittadino africano e poi ritrovarselo comunque sbarcato sulle coste come clandestino è una politica inutile e dannosa. Tra l’altro, la stragrande maggioranza degli immigrati illegalmente non intende assolutamente restare in Italia; viene qua per poter transitare verso altri Paesi. Quindi, anche gli altri paesi europei devono cambiare politica, governando il fenomeno e non lasciandolo incancrenire o, peggio, lasciandolo nelle mani dei trafficanti e degli speculatori.

Dall’emergenza dell’immigrazione alla politica della mobilità. Un passo non da poco, difficile, anche insidioso, come è facile immaginare, ma, a mio avviso, necessario e urgente. Ma non posso concludere senza prima aver fatto a me stesso una domanda: navi d’appoggio, barconi stracolmi di gente, percorsi obbligati sono gestiti da criminali, ma siamo sicuri che non ci sia una regia più grande? La prima cosa che un eritreo chiede appena arriva in un centro di prima identificazione, lo sappiamo qual è? Una scheda telefonica. Bene, per chiamare chi? Per chiamare dove?

(Photo: Nino Randazzo)

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