Volontari, 5 milioni secondo l'Istat

In crescita la percentuale di giovani tra i diciassette e i ventiquattro anni e dei pensionati che fanno delle attività di volontariato un valore aggiunto alla propria vita. Eppure l’Italia è solo al 14° posto tra le nazioni europee per livello di partecipazione della popolazione al volontariato. Ai primi posti della classifica – se di classifica si può parlare – Svezia, Austria, Regno Unito e Paesi Bassi. In questi paesi però la scelta personale, che implica il desiderio di offrire il proprio tempo, impegno, capacità e buona volontà, è rivolta soprattutto alla tutela dei beni culturali e ambientali o al servizio del volontariato internazionale.

In Italia, invece, negli ultimi anni oltre il 40% di coloro, che offrono in maniera volontaria il proprio servizio, scelgono il settore socio-sanitario nazionale. Gli Italiani accorrono, insomma, a tamponare le “falle” di un sistema “Welfare”, che a causa dell’onda lunga della crisi economica nazionale e internazionale, soffre maggiormente dei tagli alla spesa pubblica. Un mutuo soccorso, una gara di solidarietà, che in Italia si sviluppò già durante la prima e seconda guerra mondiale, quando si diffusero molte associazioni filantropiche, per lo più cattoliche, che con il loro impegno sociale e umanitario intervennero là dove c’era bisogno di aiuto e di assistenza. Si tratta quindi di un volontariato “condizionato” da uno Stato assistenziale che allora, a causa del conflitto mondiale, come ora, a causa di una democrazia non compiuta, non privilegia i diritti dell’individuo e interviene nel sociale –quando e se interviene- solo per un suo interesse.

Secondo l’art. uno della legge 266/1991 legge quadro sul volontariato (non finiremo mai di ringraziare chi l’ha proposta e sostenuta, perché comunque regola e garantisce chi fa volontariato) è favorito il no-profit che opera «per il conseguimento delle finalità di carattere sociale, civile e culturale individuate dallo Stato, dalle Regioni, dalle Province autonome di Trento e di Bolzano e dagli Enti locali». Il volontariato dunque non può assumere come riferimento le esigenze e i diritti delle persone, ma – se vuole ottenere i contributi previsti – deve essere al servizio delle istituzioni. Un’arma a doppio taglio che spesso induce le associazioni per sopravvivere a contendersi i pochi finanziamenti, piuttosto che impegnarsi in logiche di rete che possano garantire azioni più coordinate e un uso più fruttuoso dei fondi disponibili.

Questo non deve essere e, di fatto, la maggior parte delle volte, non è un limite per chi opera nelle associazioni no-profit. Non è retorica, infatti, affermare che partecipare a un progetto dove al centro ci sia l’idea di fare del bene senza ricevere materialmente nulla in contraccambio è una delle esperienze più ricche che una persona possa fare. Nel dare, a volte pochissimo: una buona parola, un sorriso, una stretta di mano ricevi un mondo di emozioni, sensazioni, amicizia che toccano direttamente il tuo vissuto.

Lunga, forse troppo lunga, questa come premessa per chiarire solo che mentre la società civile è civile nel pieno significato e significante della parola, le istituzioni e non lo Stato (spesso ci dimentichiamo che ne facciamo parte a tutti gli effetti) sono spesso prive di quella coscienza civica che ispira maggior senso di responsabilità e più alti valori etici. Per dar voce a quella società civile che promuove un nuovo modello di persona, in grado di scoprire dentro di sé e negli altri nuovi valori culturali e sociali dedicheremo questo spazio, gentilmente datoci, al volontariato sia quello legato a un’associazione statutariamente riconosciuta sia quello invece spontaneo di un singolo o un gruppo.

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