Come la durata della lavatrice si intreccia con il senso della vita e della morte.

Come la durata della  lavatrice si intreccia con il senso della vita e della morte

Non abbiate timore non è un articolo cattedratico di filosofia. Anche se i termini impermanenza e obsolescenza ricordano due parole lontanissime dalla vita normale, quasi due tecnicismi del linguaggio filosofico, che non interessano la gente comune, mentre in realtà sono intrecciati a doppio filo tra di loro ed hanno una stretta relazione con la vita.

Ci sono persone che non vogliono capirne il significato profondo, e altre che non possono, ed è proprio a loro che bisogna regalare questa profonda comprensione, perché rappresenta una piccola, grande illuminazione. Senza stare a sottilizzare sull’etimologia, il significato delle due parole è abbastanza semplice.

Il significato che assumono in questa corsa della palestra  della vita è più interessante, invece, per comprenderne il senso. Della vita, non delle parole. Impermanenza vuol dire che tutte le cose scompaiono. Nessuna cosa resta in eterno. Anzi, per tante cose, e per tanti esseri, la loro durata, per la nozione di tempo che noi umani abbiamo maturato, è addirittura microscopica. Quindi per comodità, come punto di riferimento, prenderemo la durata della nostra vita, che poi è l’unica cosa, o quasi, che in questa dimensione,  dà senso al tutto. Infatti per chi muore, per chi non permane, che la piramide di Giza, che già permane da tanti secoli, continui ad esistere non significa più gran ché. Nessuno di noi rimarrà per sempre. Tra qualche anno, che spero siano parecchi, io sparirò, e anche voi tutti, che leggete queste righe, sparirete.

Sì, è lecito qualsiasi gesto apotropaico, ma che funzionino o meno, questo è ciò che ci dice la scienza fino ad ora. Accade che la mancata comprensione questo, nonostante si tratti di un’idea che dovrebbe essere a tutti nota, ci porti ad un grande errore. Dovrebbe essere a tutti nota perché l’esperienza della morte, anche se abbiamo una serie di meccanismi del nascondimento, che ce la fanno vedere come qualcosa che può capitare agli altri, ma mai veramente anche a noi, è da sempre  presente. Anzi tutti i tentativi umani intorno alla conoscenza, come dice Franz Rosenzweig nascono dalla paura della morte. L’errore è rappresentato dal non vivere giorno per giorno, cioè di non godere di ogni attimo come se fosse l’ultimo che ci è destinato. Vivere intensamente vuol dire proprio questo, essere in sé ogni giorno, senza perdersi nel passato che ormai è andato, o preoccuparsi del futuro che non è detto che sarà.

Qualcuno starà cominciando a chiedersi, ma questo dove vuole andare a parare? Beh non lo so di preciso, mentre so da dove sono partiti questi pensieri. Precisamente dal fatto che dopo solo cinque anni la nuova lavatrice che avevo comprato, ha deciso di non permanere più. In poche parola si è rotta. Come ha fatto in così poco tempo a sentirsi obsoleta, cioè sentirsi contro le sue solite funzioni? Perché, come tutti i nostri politici, è già da rottamare, ( non esistono artigiani che la riparino) mentre la lavatrice di mia madre è cresciuta con me, e credo l’abbia alienata solo qualche anno fa? Credo sia  proprio qui che ci incrociamo con l’altra parola solo apparentemente filosofica, l’obsolescenza.

Che le cose si rompano, infatti, oltre alla normale usura, pare sia un piano del sistema economico aziendale, che per non far bloccare il ciclo produttivo, studia addirittura la durata del funzionamento di ogni oggetto, il quale se fosse indistruttibile o riparabile, chiaramente bloccherebbe la produzione di materiale nuovo. E una magra consolazione sarebbe il  pensare che sia solo da attribuire all’utilizzo di materiali più scadenti, perché comunque significherebbe che le aziende, invece di produrre oggetti che creino comodità e benessere per l’uomo, pensano solo ai guadagni.

L’errore di tutti gli umani è considerare le cose come oggetti che rimarranno sempre con noi. Purtroppo poi non sono quasi mai oggetti realizzati da noi, e pensiamo ad essi come assoluti eterni quasi personificati, finendo quasi per amarli, invece di usarli e basta, esattamente il contrario di ciò che facciamo  con gli umani. Diamo troppa importanza alle cose e al loro nudo possesso, mentre sarebbe bello che gli oggetti si potessero utilizzare esclusivamente nel momento in cui ci servono.

Sarebbe comodo scendere in un garage immaginario, dove scegliere tra un paio di motociclette quella che più ci piace, e usarla in un giorno di sole, per fare un bel giro a Positano,  mettendoci  il carburante sia chiaro, perché la vita è adesso, e in quell’adesso ci fa stare bene la carezza del vento sulla faccia, e poi al ritorno, poterla posare, per ricordarsene solo quando ci serve. Ma è un’idea che per il momento starebbe bene solo in un film di fantascienza,  nella mente affollata di un artista, o in un cartone animato di Miyazaki.

Son già contento di aver riflettuto meglio sul concetto di impermanenza, e di obsolescenza delle cose.

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