Sicilia, tra localismi e globalità 660x330

Essere isola, avere una storia complessa, avere raccolto culture, religioni e lingue differenti nel corso dei secoli, fanno della Sicilia un caso interessante per ragionare di identità, mutamento e futuro. Infatti, di questa regione si parla e si scrive tanto, soprattutto da quando i siciliani han cominciato ad abbandonare la loro terra. E questo è un primo punto: l’emigrazione.

Parlando di siciliani e sicilianità, non possiamo trascurare l’evento determinante della storia di quest’ultimo secolo, che ha modificato la vita di ciascuno e dell’intera comunità regionale. Come dice Michael Cimino (regista de Il cacciatore, cinque Oscar), la cultura siciliana per lui è quella che ha conosciuto a New York e non quella rimasta nell’isola. Sulla base di questo principio Cimino ha realizzato un pessimo film sulla storia siciliana, dedicato a un hollywoodiano Giuliano, ridicolo e farsesco. Ma così è stato.

Anche i viaggiatori stranieri dei secoli scorsi hanno adottato il metodo Cimino. Applicavano alla realtà isolana i loro schemi mentali già elaborati in nord Europa. Pirandellianamente possiamo dire: a ciascuno il suo siciliano. Infatti, cinematografia, letteratura, fotografia hanno rappresentato e rilanciato un’immagine della Sicilia stereotipata, di luoghi comuni e verità preconfezionate.

Ecco perché è così difficile ragionare dell’identità isolana e del senso di appartenenza dei suoi abitanti. Ecco perché la questione delle future sorti della Regione non è banale.

La Sicilia, secondo l’UE, è una delle regioni d’Europa meno competitive; ha una PA che supera tutte le altre regioni per numero, ma anche per inefficienza; ha un sistema sanitario distorto, tant’è che il numero di parti cesarei rappresenta un record; l’imprenditoria, come vittima ma anche come partner, soffre della presenza della mafia; la disoccupazione è a livelli di rischio sociale; i bilanci pubblici sono in deficit e scontano un indebitamento patologico; lo stato dei servizi, dai rifiuti ai trasporti, dalla depurazione alla scuola, dalle università alla viabilità, sono per qualità agli ultimi posti in Italia. L’elenco potrebbe continuare. La domanda è: che ne sarà di noi? La retorica del discorso politico pubblico pretende che si creda comunque nella possibilità di un riscatto. Le argomentazioni, di solito, sono basate sulla volontà e l’impegno: dobbiamo crederci, bisogna impegnarsi, ciascuno faccia la sua parte, dobbiamo essere ottimisti. Nessuno, però, spiega come si risolvono quei grandi problemi e, soprattutto, nessuno fa i conti con la realtà strutturale dei dati economici e sociali.

Rivendico quindi il diritto di essere pessimista circa le sorti della Sicilia. Ritengo esaurite le possibilità della vecchia politica, come dimostrato dal fallimento di Cuffaro e Lombardo, ma non credo neanche alle rivoluzioni di un ipotetico e fideistico presente, marcato Crocetta o M5S, al quale dovremmo credere solo perché chi ce lo propone sostiene di essere migliore del passato o, cosa ancor più assurda, perché sostiene che peggio del passato non è possibile.

Solo una seria analisi della situazione di oggi, così come si è venuta formando nel corso del tempo, può indicare una strada. Il punto centrale della questione è che la Sicilia, dall’Unità ad oggi, ha oscillato tra la rivendicazione di un localismo esasperato e il desiderio di cancellare proprio questo localismo e abbracciare un’acritica modernizzazione. Oscillazione che ha caratterizzato tutti i momenti storici fondamentali, dall’occupazione delle terre ai poli industriali, dalla distruzione dell’agricoltura all’urbanizzazione selvaggia. Ogni siciliano vive dilaniato dal richiamo di due sirene, una locale, del passato e “identitaria”, l’altra globale, del futuro e “omologante”. I siciliani si sono illusi di poter essere contemporaneamente locali e globali, di entrare in Europa da siciliani, di far valere sullo stesso tavolo normativo la lotta alla mafia e la necessità di conviverci.

Personalmente, credo che locale e globale possano e debbano convivere. Ma la questione non è cosa credo io o cosa sarebbe meglio. La questione è se oggi, in questo mondo, con questi rapporti di potere, è possibile oscillare all’infinito. Bisogna dire con chiarezza che non è possibile. Lo dimostrano due esempi. Il primo riguarda i fondi europei: la bassa percentuale di spesa sulla programmazione 2007-13, al di là delle responsabilità politiche, dimostra che procedimenti amministrativi transnazionali, una volta calati nella realtà locale, si dimostrano inefficaci e dannosi. L’altro esempio: l’Unesco ha riconosciuto alcuni siti siciliani, ma è prevedibile che tornerà sui suoi passi, se le politiche attive richieste non saranno attivate; i parametri transnazionali dell’Unesco sono distanti anni luce dalla realtà siciliana, dove il governo del territorio è lasciato alle bande di affaristi che lo presidiano quotidianamente.

I due esempi dimostrano che i compromessi non funzionano. Nella programmazione 2014-20 la Sicilia non potrà più oscillare. Dovrà decidere: restare se stessa oppure abbandonare se stessa e abbracciare l’opzione globale. Nel primo caso pagherà in termini di qualità della vita, nel secondo in termini di governance e di esercizio del diritto di autodeterminazione. La mediazione democristiana degli anni ’50, ’60 e ’70 non c’è più; il compromesso politico-mafioso degli anni ’80 è bruciato, così come la stagione della cosiddetta primavera siciliana anni ’90. Non a caso tutti i passaggi successivi della società siciliana sono stati catastrofici, perché la classe dirigente (politica, imprenditoriale, burocratica) ha sempre tentato la mediazione: tra tradizione e modernità, locale e globale, legalità e flessibilità delle regole, sviluppo e qualità della vita. Ma la mediazione oggi non è più possibile e sfugge alla volontà dei singoli.

Se intravedo uno spiraglio, questo è il passaggio dalla mediazione alla negoziazione. Cioè, prendere coscienza del fallimento totale e aprire un negoziato con le istituzioni nazionali e transnazionali per trovare le forme e le vie per uscire da questo vicolo cieco. Faccio un esempio. La vecchia amministrazione di Messina voleva e chiedeva fortemente il ponte sullo Stretto. La nuova amministrazione intende chiedere il riconoscimento dello Stretto come patrimonio dell’Unesco; si tratta in entrambi i casi di atteggiamenti subalterni e di mediazione, con la mente rivolta al Novecento. Ritengo, invece, che si possa più proficuamente negoziare con lo Stato e con le istituzioni sovranazionali per l’attuazione di politiche di inserimento dello Stretto nella scena globale, guardando al futuro mondiale degli anni Duemila, fatto di trasferimenti sempre più massicci di uomini e merci da un continente all’altro.

Lo dico da antropologo, rispettoso delle tradizioni locali e del patrimonio che dal passato ci è pervenuto, ma anche consapevole del fatto che la tradizione è tale perché passa e cambia. Un popolo che esalta solo la tradizione è destinato all’estinzione, tanto quanto quel popolo che volesse vivere solo nel presente, senza tradizione. Ecco la negoziazione: l’identità di un popolo non è una “cosa” che sta lì e che bisogna preservare, come fosse un oggetto da museo. L’identità di un popolo è un dispositivo culturale, un processo di cambiamento, un metodo per vivere nel presente e costruire il futuro. Il Mahatma Gandhi, che della rivendicazione identitaria ha fatto la bandiera del riscatto di un intero popolo, ha detto: una cultura che volesse essere esclusiva è destinata all’estinzione. La globalità (non la globalizzazione) è un dato della realtà, nella quale i popoli ex colonizzati si adattano meglio e più rapidamente dei popoli ex colonizzatori; perché ne conoscono i subdoli inganni, ma anche le straordinarie potenzialità.

I siciliani non sono né ex colonizzati, né ex colonizzatori. Nel mondo odierno hanno quindi molti problemi da risolvere, perché hanno difficoltà a definirsi. Ma, certamente, continuare a pensare a cosa faranno da grandi li confina nel mondo dell’assurdo.

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