culturaTanta gente continua a credere che cultura sia la pagina, prezzolata alle volte, di un giornale dove di solito compare un mostro del passato o un mostro del presente, mostri di abilità si intende in una data capacità o in una particolare forma espressiva. Si ritiene che sia l’invito a leggere l’ultimo best seller o l’ultimo saggio cui le case editrici hanno deciso di attribuire valore. È anche quello certo, ma tanto altro. Tanto altro come alcune forme di sapere che ormai tendono a sparire, poiché la cecità, di chi crede solo nel mito dell’alta produttività e della tecnologia, non tende a proteggerle e a tramandarle. Ciò denuncia un’altra debolezza e le infinite paure di decisione della classe dirigente che non riesce a proteggere l’artigianato. È come se coprissero un tratto della lunga coda che contraddistingue la cultura, provando a convincerci che essa sia rappresentata da quello che dobbiamo ancora scoprire per avere una reale crescita.

È quello che sta accadendo alla cultura contadina, offendendo proprio la radice etimologica del nome stesso. Ho idea che non esistano più contadini capaci di sentire la terra, di captarne gli intimi segreti e in grado di “coltivare” proteggendola. Cultura credo sia essere capace di realizzare un giocattolo con dei vecchi pezzi di legno, così come suonare divinamente una sonata di Bach, rimettere in sesto una vecchia canna da pesca, così come pensare di continuo ai moti dei pianeti e delle stelle e a come costruire velivoli per esplorarli.

È l’uomo in fondo. È curiosità e la sua inesauribile voglia di conoscenza per comprendersi e migliorarsi. E di questo non ci si potrebbe sfamare?
Ma è proprio il contrario. È quando sparisce questo lumicino, coperto da false credenze e convinzioni che tutto si complica. Quando si dimentica il vero senso dell’uomo e del suo lavoro. Quando si confonde il significato di lavoro per necessità, e il lavoro come attività, cioè come espressione di se.

Dobbiamo riaffidarci ai latini che già usavano le parole “opus” e “opera”, per distinguere i due ambiti.
E provate a sentire come nella parola opus risuoni già la sensazione di peso, di fatica e di sudore e il suono del peso tempo che scandisce battiti che non passano mai, mentre in opera si sente magicamente un aria fresca e armoniosa di espressività, di una attività che contempla la cura, la possibilità, e addirittura in Cicerone l’attenzione all’ascolto, infatti nel suo Brutus paela di un alicui operam dare, dare ascolto a qualcuno.

E come espressione dell’uomo in cui prevale l’attenzione e la presenza a se stesso e alla realtà, tanti lavori sembrano indispensabili ma uno dei più indispensabili è proprio quello del contadino da cui deriva la parola cultura.
In quell’ambito l’insieme delle conoscenze funziona quando si riescono a prevedere i capricci della natura e a porvi rimedio, quando si utilizzano per migliorare e alleggerire il lavoro delle persone e quando si sfruttano con sagacia e accuratezza le risorse del pianeta, evitando ogni forma di spreco. È un po’ come far uscire dell’insalata in un posto dove non c’è molta acqua.

Questa è la forza della cultura, insieme alla potenza che essa mette in campo, quando la si usa per divagarsi e rilassarsi, perché anche quello è un momento di crescita e un momento produttivo, perché una persona serena e felice di sé, lavora meglio. Proprio nella culla dei momenti riflessivi tra un’attività ed un’altra nasce in fondo l’idea di filosofia.

Con la cultura si acquista la capacità di relazionarsi con la natura e con l’universo, e la capacità di intendere realmente l’oikos-nomos, il senso vero dell’economia.
L’utilizzo indiscriminato delle risorse naturali infatti si riallaccia all’esistenza di un malinteso dell’economia.

Essa non dovrebbe essere altro che il giusto orientamento per produzione e la distribuzione dei beni utili alla vita, e l’assenza di spreco dovrebbe rappresentare la vera efficienza. Invece ogni sistema viene auto-sabotato dal germe della competizione e della sopraffazione. Le guerre e le malattie diventano creatori di economia e posti di lavoro, mentre l’efficienza, la sostenibilità e la conservazione finiscono per essere i veri nemici dell’economia capitalistica.

Questa non è controcultura, ma sono idee che da sempre alloggiano nella lunga coda, ed è così per tutto ciò che riguarda l’umano. Tutto ciò che è nuovo ha una stretta parentela con il vecchio e tutto quello che pare vetusto può essere riletto da un nuovo punto di vista creativo. Questa è la magia dell’umano e della cultura, la cui proprietà ulteriore è l’essere gratis et amore dei.

Vuol dire che appena si trasforma in patrimonio dell’umanità, deve essere a disposizione di tutti, proprio per il suo essere spalmata nella lunga coda del sapere. Chiaramente va rispettato il lavoro di chi contribuisce alla sua creazione ed alla sua diffusione e ne vanno tutelati i diritti e la sopravvivenza, demistificando nel frattempo un altro malinteso creato ad arte. Lo spirito dell’uomo vive in ognuno di noi ed ognuno è in grado di contribuire all’ampliamento della cultura ed allo sviluppo delle idee, perché ognuno di noi è una persona creativa, ma pensare che ogni ricerca e ogni opera dell’ uomo debba essere “ disinteressata”, è una romantica e ingiusta menzogna. Esiste senza dubbio un problema di ingordigia legata ai soldi e ai guadagni nell’uomo, mentre in realtà bisognerebbe pensare all’umanità ma pensare ad un giusto profitto, e in una società giusta le due cose dovrebbero combaciare in maniera naturale.

Ognuno dovrebbe poter vivere della propria opera per poi depositarla sereno nella curva accogliente della coda della cultura, una curva che essendo asintotica tende allo zero, ma non lo raggiunge mai. Anzi per entrare di sbieco nel mondo dei matematici essa è una curva che tende a toccare la retta impiegando un tempo la cui durata è pari all’infinito.

Una parola che spaventa i fisici ed i matematici perché di fronte alla parola infinito si finisce per incontrare spesso la cosiddetta singolarità, di cui non si riescono a determinare le leggi. Ma per fortuna nel caso della cultura la singolarità perde quel carattere di indeterminazione e diventa semplicemente l’aggiunta di una nota che un singolo dona all’umanità. E la cosa straordinaria è che quella nota si propaga all’infinito senza più farsi domande sul suo significato e su quello di infinito, ma solo sul valore del proprio significante.

© Riproduzione Riservata

Commenti