Le questioni trattate in un libro di Cesare Capitti.

governo-del-territorioQuesto libro è per tutti. Almeno per tutti coloro che per un motivo o per l’altro vengono a contatto con quel mondo particolare, spesso assai complicato e a tratti astruso, che si chiama urbanistica. Dunque è un libro utile a chi per la prima volta si trova ad affrontare tale materia negli studi universitari delle facoltà tecniche, ma anche per tutti coloro che, per motivi di lavoro, per responsabilità amministrativa, o per fatto occasionale, devono confrontarsi con questioni che – per il modo in cui si sono evolute – costituiscono ormai materia di alta specializzazione, e talora occasione di controversie senza fine.

Questo libro intende sciogliere tale complessità, e ridurla ai suoi elementi costitutivi, forte della esperienza di tutta una vita di lavoro dedicata dal suo autore proprio alla materia urbanistica, sia quand’egli è stato ai vertici tecnici della pubblica amministrazione regionale, sia nel suo impegno di cultore della stessa materia presso l’Università di Palermo.

Come fa, come riesce l’autore, nel suo intento?
Anzitutto fornendo una serie nutrita, esaustiva, estremamente chiara, di definizioni. Tra le prime ambizioni del libro è quella di far riscoprire la comune origine e il comune destino di architettura e urbanistica, di là dalle differenze – pure importanti – accumulatesi soprattutto nel Secondo Novecento. Dunque, le prime definizioni, e anche le prime sottolineature dei comuni obiettivi e delle differenze di metodo e strumenti, riguardano proprio l’architettura e l’urbanistica.

L’autore riprende il filo della loro storia comune partendo da molto lontano, possiamo dire fin dalle origini più remote, per rendere chiari i passaggi e le evoluzioni di questi saperi. Con convinzione e forte intenzione divulgativa il libro ripropone citazioni, brani anche estesi di trattati antichi e di manuali contemporanei, senza timore di ripetere ciò che ad ogni architetto e urbanista è naturalmente e indispensabilmente noto. Ma aggiunge subito qualcosa che altrettanto diffuso non è: un fondamento etico per gli scopi e l’azione dell’architetto-urbanista basato non più – o non solo – su una morale naturale o civile, com’è stato dall’epoca classica fino al nostro Ottocento, bensì sulle Sacre Scritture, e di conseguenza sulla dottrina sociale della Chiesa, che a quelle si riferisce e da quelle dipende.

Il libro mette subito l’accento su alcuni principi fondamentali, in forte e inevitabile polemica con tutta una storia, anche recente, di privazioni dei diritti dei popoli. L’autore sottolinea alcuni diritti fondamentali, al servizio dei quali il sapere dell’architetto e dell’urbanista deve operare costantemente: il diritto alla vita, e il diritto al godimento di alcuni doni divini che le Scritture menzionano, in primo luogo l’acqua, da cui tutta la vita dipende e che costituisce bene comune e inalienabile. Legato al diritto alla vita, è il diritto alla sua dignità, e l’autore mostra subito come il sapere dell’architetto, ma soprattutto il suo campo di azione in quanto urbanista, debbano essere al servizio e debbano consistere nel progetto di un óikos, la casa in senso lato, in cui tali diritti possano liberamente e convenientemente essere goduti e sviluppati: dunque l’abitazione vera e propria, e insieme con essa la città, in cui le abitazioni si raccolgono quale casa delle case, e l’ambiente in cui città e campagna coesistono, un tempo separate nettamente, oggi confuse. Su questa confusione l’autore, nel seguito del libro, spenderà parole chiare e nette in cui l’indignazione per le compromissioni più recenti dell’ambiente non si richiude in sé, né si elabora come conservatorismo ad oltranza, ma al contrario individua il progetto come il solo orizzonte praticabile perché la vita possa continuare a svilupparsi con misura e dignità: non però un progetto qualunque, ma il progetto sapiente e responsabile, sostenibile senza rinuncia all’arte e alla bellezza.

Il secondo capitolo è proprio dedicato all’Architettura e all’Urbanistica quali generatrici di bellezza. Subito prima, e ancora appresso alle citazioni di prammatica, da Vitruvio a Le Corbusier, il libro si áncora alle Scritture e alla Dottrina della Chiesa, citando attraverso Benedetto XVI tutta una elaborazione millenaria sul rapporto tra il vero, il buono e il bello: se – come dicono i Santi – la gloria di Dio è l’uomo vivente, ne segue che queste due Arti gemelle devono mettersi assieme al servizio di tale gloria, cioè dell’uomo. Ecco dunque che il libro, riprendendo il proprio filo divulgativo e didascalico, produce una rassegna avvincente del modo in cui l’armonia, sintesi di verità e bellezza, è stata oggetto di attenzione, studio, ricerca, nel corso della storia degli uomini, che è come dire nel corso della storia dell’arte. Emerge dunque, ed è seguito passo per passo, il ruolo importante della geometria nel conseguimento dell’armonia, e in particolare il ruolo della sezione aurea, dalla Grecità, attraverso il Rinascimento, fino ai giorni nostri, quando essa si rinnova nel sistema di misura che Le Corbusier creò e denominò Modulor, modulo d’oro. In questi passaggi del libro attraverso la storia, teso a dar conto di una più che millenaria ricerca dell’armonia, ad una ad una vengono elencate le tappe più significative: non manca per esempio la gloria del Gotico, riassunta esemplarmente nella citazione del testo inciso nel portale di Saint-Denis, una porta che rappresenta la vera porta, cioè Cristo, alla cui verità splendente lo splendore dell’arte serve da strumento e introduzione.

In questa ricapitolazione della ricerca dell’armonia in terra un capitolo importante e particolare è quello del vagheggiamento della città ideale: ed è lo sforzo di alcuni secoli del nostro Rinascimento, che il libro riassume nella descrizione puntuale, fatta anche per citazioni, del progetto della città di Sforzinda, inventata dal Filarete per gli Sforza.

Un genio particolare del libro è quello di riuscire a mettere assieme, mostrandoli in una luce diversa e originale, questioni e fatti che in genere vengono trattati in modo a sé stante, avulso dalle ragioni e dai principi che li hanno generati. Nei due capitoli dedicati al concetto di metamorfosi, cioè alla capacità di trasformazione positiva propria del progetto, l’uno riguardante la forma in sé, l’altro la città e il paesaggio, lo sforzo costante dell’autore nel chiarire sempre i concetti a partire dalle origini, si coniuga con una gran capacità di attualizzazione, sicché, in un quadro che dà loro sfondo e prospettiva, riusciamo a leggere come testo non più burocratico né meramente catalogatorio, le definizioni puntuali, meticolose, di tutti i passaggi (gradi della metamorfosi possibile) in tema di recupero edilizio e urbanistico: una lettura per solito non particolarmente stimolante, qui rigenerata dal contesto in cui è stata posta.

Il libro, con una impostazione particolarmente utile ai più giovani, soprattutto agli studenti di architettura e di urbanistica, ripercorre in modo sintetico, ma attento alle tappe fondamentali, la nascita della città e del concetto di urbanità che le è sotteso, con un tragitto che si inizia con le prime caverne, e con i primi villaggi di palafitte, e si conclude con la registrazione dello stato attuale, in cui l’insediarsi dell’uomo ha portato a confondere ciò che prima era città e ciò che prima era campagna. È particolarmente avvincente e istruttiva la descrizione dell’emergere della città assieme come frutto e come motore della differenziazione dei ruoli e dei compiti interni alle prime società umane; allo stesso tempo è chiara la condanna e l’indignazione per il modo in cui l’urbanistica concertata e la programmazione negoziata hanno finito per tradire nel tempo attuale il mandato delle Scritture, trattando le persone come oggetti e non come soggetti, a favore di un pugno ristretto di potenti, che basano la loro forza sul possesso del denaro. Che c’è da fare? Ricostruire le città sulla base di strumenti di rigenerazione consapevoli. L’autore qui è particolarmente addentro nel suo campo di esperienza, e tratta magistralmente, con tutte le critiche necessarie, tutti gli strumenti di programmazione e pianificazione, specialmente quelli disponibili in Sicilia. Li legge e li rivede alla luce di alcuni principi, con particolare riferimento a quelli elaborati dal gruppo di lavoro di Salingaros, per i quali l’ascolto, l’attenzione, la partecipazione si pongono a fondamento della rigenerazione possibile.

Il Bene Comune è l’orizzonte-guida, e la costruzione di esso sta dietro la trattazione di una breve storia della legislazione urbanistica, e fa anche da sfondo al capitolo, tra i conclusivi, dedicato all’ambiente, all’ecologia, allo sviluppo. Perché la storia, come la vita, non è finita, e lo sviluppo è consostanziale alla vita. Il Bene Comune allora appare presentarsi nelle vesti di una solidarietà necessaria e ritrovata, principio che deve guidare il progetto della casa dell’uomo, insieme con l’educazione alla custodia, che non significa uno stop alla storia, ma la imprescindibile salvezza delle risorse per una metamorfosi indispensabile ma consapevole.

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