Apologia di Obama

Quanti attacchi! Forse mai come in questi ultimi tempi il presidente Obama è stato oggetto di strali, invettive e critiche più ragionate ma severe.

Critiche gli provengono dagli ‘obamiani’ della prima ora, persino dai suoi supporters più entusiasti che vedevano in lui un nuovo Kennedy (ma sotto Kennedy esplose la guerra in Vietnam!); dai ‘bartaliani’ un po’ qualunquisti (“gli è tutto da rifare”); dai politologi che gli rimproverano una mancanza di visione strategica sul piano internazionale; dagli scettici informati a tutto campo che ne argomentano i limiti sia per la politica interna sia per quella estera; dai filoisraeliani che si sentono abbandonati; dagli anticapitalisti che lo attaccano per le compromissioni con i poteri forti finanziari; e, suona quasi paradossale, dagli europei liberal (con una punta di antiamericanismo snob) che lo ritengono incapace di incidere, diremmo quasi di por rimedio, alle tragedie cui assistiamo in Medio Oriente. Cioè di non attuare una politica di potenza tante altre volte tacciata di imperialismo.

Obama si è trovato a gestire una eredità pesantissima, quella di G.W. Bush che (per la gravissima scelta in Irak, che a parte l’inutile macello arrecato ha compromesso anche la situazione in Afghanistan, bellum iustum nel senso sia formale sia sostanziale… con l’art. 11 della Costituzione Italiana che non c’entra un bel nulla) ha portato a uno sfascio totale dell’immagine mondiale degli USA, una immagine già molto usurata di per sé. Quindi una eredità sia politica sia economica molto brutta. Alla quale si è aggiunta la crisi finanziaria globale più pesante, come spesso inevitabilmente si ripete, dopo quella del 1929.

Obama si è rimboccato le maniche e ha lavorato sodo, commettendo come tutti errori, ma anche ridando una misura alla politica americana, finalmente intesa come quella di uno stato che ha scelto la strada del dialogo (sia pure nella forma del bastone – un bastoncino – e della carota) con interlocutori talora intrattabili, che per esempio ha favorito la riapertura delle trattative tra Israele e palestinesi e che cerca di mediare più che di intervenire a ogni costo; di uno stato che senza arrivare a forme di (eventualmente tradizionale) isolazionismo ha però optato per far passare le proprie iniziative al vaglio delle Nazioni Unite, con una prudenza tanto più degna di rispetto se si considera che essa è iniziata durante il primo mandato e prosegue con una linea di continuità ora che Obama è già stato rieletto e che non essendo rieleggibile potrebbe scegliere modalità di azione più propagandistiche e populiste (ma attenzione: propaganda e populismo non significano mai, per un paese democratico, agire in modo unilaterale e aggressivo dati i costi politici che ciò implica, ed è valso anche per Bush). E per il quadro interno, tutt’altro che facile data la forza parlamentare dei repubblicani, la nascita di grandi movimenti di destra ecc., Obama ha avviato riforme di grande importanza, per quel che riguarda settori chiave come la formazione scolastica, la sanità (il sistema sanitario americano andrebbe considerato non per sentito dire ma per come effettivamente funziona, e si scoprirebbe che non è poi così negligente nella tutela dei ceti meno abbienti), e sta cercando di avviare partite di scacchi ‘posizionali’, cioè lente ma potenzialmente vincenti, in grado di aprire nuove speranze contro fenomeni quelli sì peculiari e assurdi, come la facilità con la quale negli USA i privati possono possedere armi, con le conseguenze a tutti note. Va poi tenuto conto che per quel riguarda l’economia, si assiste a una pur faticosa ma decisa ripresa per i livelli dell’occupazione e per l’indotto legato allo sviluppo che stanno prendendo le attività lavorative connesse con internet e le hitech in varie aree degli Stati Uniti (anche se con la contropartita della sostanziale dismissione di centri industriali vecchio stampo).

Infine, sotto la presidenza Obama non si sta certo facendo una politica ostile ai diritti civili e alle libertà contestate, dalle unioni gay alle ricerche di ambito biotecnologico. Vero, Guantanamo (dove la strada non può che essere quella di procedere alla chiusura). Vero, lo spionaggio internazionale ad opera dei servizi segreti. Ma queste più aspre verità devono fare i conti con la lotta al terrorismo internazionale, di varia matrice, e bisogna vedere se il rigore in questi casi è sempre così fuori luogo. Ricordate quando dopo l’11 settembre si rimproverò da destra e dall’estrema sinistra l’inefficienza della CIA che non era stata capace di bloccare sul nascere gli attentati? Ma se lo avesse fatto (magari ricorrendo alle maniere forti) apriti cielo.

Insomma, tutta questa severità dei soloni nei confronti di Obama non ci pare condivisibile. La rivolgessero (guardandosi meglio intorno) per esempio alla vecchia Europa, che divisa in mille rivoli, dove ognuno pensa per sé, non cava lei sì un ragno da un buco, né per sé né per gli altri.

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