Referendum lontani, sempre presenti

In una trasmissione televisiva proposta o riproposta poche sere fa su Rai3 e intitolata Correva l’anno si parlava di lotte sociali e politiche e di diritti civili negli anni ’70. Come non di rado accade, nel dedicare svariati minuti e alcuni filmati all’introduzione del divorzio in Italia e alla sua difesa tramite referendum non c’è stato un solo accenno al ruolo di Pannella, Spadaccia,  ecc., pur essendosi evocata vuoi la opposizione della DC vuoi i dubbi forti e prolungati del PCI che ne temeva la divisività tra masse comuniste e masse cattoliche (ma che pure intitolò su l’Unità il giorno dopo gli esiti vittoriosi del ‘no’: “Grande vittoria… ” e lo fu in effetti per gli elettori del partito che certamente non ebbero i dubbi dei vertici): sembrava quasi, vedendo la trasmissione, che i cittadini italiani avessero votato, contro l’abrogazione della legge Fortuna-Baslini con la quale nel 1970 si legalizzava il divorzio, mossi da una sorta di ispirazione soprannaturale o eventualmente sulla scorta delle prese di posizione di alcuni uomini di spettacolo, i cui spot per il ‘no’ sono stati quelli sì mostrati nel rotocalco; similmente, solo qualche parca allusione è stata fatta (e sotto le stimmate della “liberalizzazione assoluta” alla quale avrebbe mirato) alla prima campagna radicale sul tema dell’aborto. Si tratta di mancati riconoscimenti di meriti storici (o demeriti, a seconda dei punti di vista) tutt’altro che inediti, peraltro.

In queste settimane i referendum tornano, o dovrebbero tornare, di attualità. Gli ultimi sono stati incentrati sulla faccenda della gestione pubblica o privata dell’acqua. Rispetto a essi chi scrive è stato parzialmente fra i perdenti, avendo dato un voto differenziato, ma è stato ben soddisfatto che si sia raggiunto il quorum e auspica che la sostanza del risultato trovi piena applicazione giuridica (il che non è ancora avvenuto) secondo quanto previsto dalla nostra costituzione, che all’articolo 75 recita (l’ultima frase dell’articolo è la frase tanto chiara nelle sue implicazioni – l’esito referendario va “attuato” – quanto spesso smentita nei fatti): “E’ indetto referendum popolare per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali… La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi. La legge determina le modalità di attuazione del referendum”.

Il nostro testo costituzionale ha una sua sacralità, per l’elevatezza dei suoi contenuti e per il suo valore simbolico, anche se certamente adeguarlo ai tempi attuali, con la necessaria prudenza e senza fare pericolosi salti in avanti, non dovrebbe essere visto come un’offesa alla democrazia. Nel caso dei referendum una modifica che dovrebbe essere presa in considerazione è l’abrogazione del quorum, giacché troppe volte, negli ultimi lustri, si è ricorsi all’escamotage di non farlo raggiungere, vanificando le richieste dei promotori (laddove tendenti all’abrogazione di leggi o parti di legge, e non alla conservazione di leggi valide preesistenti) non attraverso una discussione generale e libera sul merito dei problemi, che avrebbe rappresentato fra l’altro un arricchimento della coscienza civile dei cittadini, ma con una fuga, un defilarsi un po’ vile dal confronto. Si è arrivati al paradosso di referendum per l’abrogazione di normative preesistenti votati da una percentuale inferiore al 50% degli italiani, ma con un risultato così schiacciante che anche se fosse andato a votare il 75 o l’80% dei cittadini e tutti coloro che sono rimasti a casa avessero votato in senso opposto ai referendari questi ultimi avrebbero ugualmente vinto, Purtroppo la strategia dell’astensione (talvolta fiancheggiata dallo slogan “se si abroga… si crea un vuoto legislativo”…, uno slogan abile ma destituito di fondamento logico oltre che giuridico), ha spesso funzionato, anche grazie alla complicità della informazione pubblica, che pur essendo tenuta, se non altro per dovere etico e professionale, a garantire spazi al dibattito, raramente lo ha fatto con la dovuta ampiezza, in questo modo silenziando i comitati referendari e di fatto aiutando una sola parte dei competitori, quella degli astensionisti. Questo fenomeno è stato talvolta il portato di un’usura indubbia dello strumento referendario, legata a un abuso che se ne è fatto. Lo hanno capito anche i radicali (che di questo abuso non sono affatto immuni da responsabilità), e che per molti anni hanno realisticamente rinunciato a utilizzare i referendum che pure come si sa sono parte essenziale dei loro metodi politici.

Dopo molti anni essi, insieme a varie associazioni e partiti (tre dei referendum sono appoggiati dal PSI di Nencini, due legati al tema dell’immigrazione e uno sul ‘divorzio breve’) tornano a impiegarli con una campagna su una serie di questioni vitali per la nostra società, e lo fanno in un quadro di sostanziale incapacità delle istituzioni e dei partiti di darsi delle riforme (riforme che presuppongo il superamento di una serie di leggi in vigore) per la via parlamentare, che sarebbe la via naturale. E’ stato grazie ai referendum che come è noto e riconosciuto si sono ottenuti pochi ma grandi successi per i diritti civili in Italia, quando degli esiti referendari, come da Costituzione, è stata data effettiva applicazione. Un caso di eterogenesi dei fini, in questo contesto, è quello dell’interruzione volontaria della gravidanza: l’applicazione della legge 194/78 è infatti progressivamente minata dal fenomeno della ‘obiezione di coscienza’ dei medici antiabortisti, un fatto di libertà previsto dalla normativa (art. 9) che però assume dimensioni innaturali e sospette e  finisce col non rispettare la normativa stessa laddove in molti casi interi enti ospedalieri e case di cura autorizzate (con picchi che interessano varie province in una stessa regione) si trovano prive di sale per praticare legalmente l’aborto alle donne che ne fanno legittima richiesta contravvenendo alle necessità previste dalla legge.

Il rapporto tra referendum del passato e referendum attualmente promossi in prima istanza dai radicali (scadenza per il deposito delle firme la fine di settembre) è molto stretto. Non solo perché i promotori sono gli stessi di molti referendum passati, ma anche perché le norme di legge che si intendono abrogare riportano a questioni sulle quali già in passato si era votato, si era votato in un certo modo e poi il parlamento ha tradito nella sostanza la volontà popolare: dal finanziamento pubblico ai partiti alla responsabilità civile dei magistrati. Si torna anche a toccare antiche tematiche quali il divorzio, col tentativo di aprire la strada a procedure meno farraginose, in modo che in Italia come in larga parte delle democrazie avanzate il divorzio diventi più “breve” nei tempi. Fra gli altri referendum, si interviene per esempio sul problema delle carceri per abolire norme che riguardano gli eccessi della custodia cautelare e fatti di lieve entità legati a reati di droga, abrogazione delle norme che ostacolano l’inserimento nel mondo del lavoro degli immigrati, e separazione delle carriere dei magistrati tra pm e giudici, quest’ultimo un obiettivo che difficilmente può essere considerato un attentato alla indipendenza della magistratura (come da molti affermato), se anche solo ci si limiti a ricordare che fu obiettivo condiviso da una figura come quella di Giovanni Falcone (“Repubblica”, 3 ottobre 1991)

In Italia tanti parlano delle ‘cose’, dei ‘problemi’, del ‘fare’. Tanti sostengono che sia ora di finirla col mettere davanti a tutto Berlusconi. Ma, spesso, per gli stessi, per le stesse persone che opportunamente così sembrano ragionare, il caso Berlusconi incide profondamente, incide sul loro agire. Si ritiene allora che una parte di questi referendum – quelli sulla giustizia – facciano contento Berlusconi e per ostilità verso il leader ora condannato del PDL (nonché per qualche malcelata idiosincrasia) preferiscono boicottare la campagna referendaria. Dimenticano che in passato Berlusconi negò il suo sostegno a una analoga campagna sulla giustizia, dimenticano che ben prima che Berlusconi entrasse in politica i radicali si erano già mossi attivamente su questo terreno e che dunque continuano un loro percorso senza mettersi al servizio di chicchessia se non delle loro convinzioni. Almeno così ci pare.

Al di là di tutto, il referendum è una occasione preziosa per gli italiani di affrontare argomenti centrali, di sollevare dibattito, di conoscenza del funzionamento dei meccanismi sociali e politici. Infine di cambiare il paese o almeno di provarci.

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