Locarno Film Festival, il cinema è morto?

L’ultimo italiano che ha ricevuto il pardo d’oro, il premio che viene assegnato dal festival del film di Locarno, è Maurizio Sciarra, regista da ricordare, oltre che per la decennale collaborazione con il grande Comencini, per La stanza dello Scirocco con Giancarlo Giannini e Tiziana Lodato. Il film che vinse nel 2001 si intitolava Alla rivoluzione con la due cavalli, e questo titolo, che a tanti ricorda il mitico periodo in cui le avventure e le dinamiche di una intera generazione erano sottolineate dalla presenza di quella storica macchina, a molti dal punto di vista cinematografico non dirà molto, come quasi tutti i film che negli ultimi anni si sono aggiudicati quel premio.

Questo sembra essere il destino del cinema moderno. Per i cultori e gli addetti al settore certe opere acquistano una discreta valenza, mentre per il cosiddetto grande pubblico rimangono lettera morta. Saranno forse le straordinarie e inevitabili esigenze pubblicitarie.

La rassegna è partita ieri sera e terminerà il diciassette agosto. Nella serata inaugurale Sergio Castellitto sarà premiato con il pardo alla carriera, ma un altro dei registi che riceverà il Pardo alla carriera in questa edizione sarà Otar Losseliani. La sua storia di regista sceneggiatore, e anche montatore, ha attraversato le traversie che ha vissuto il cinema orientale e quello russo, e si sposa perfettamente con gli indirizzi elevati che si è attribuito quest’anno il festival di Locarno, cioè le contraddizioni e il dialogo tra il passato e il presente; in sintesi le differenze e le convergenze tra il cinema di ieri e quello di oggi. Ha confidato a Oscar Cosulich, direttore del Future Film Festival, che scrive per “Il Mattino” e per “L’Espresso” , che a suo avviso il cinema oggi è morto, e ai giorni nostri grandi artisti come Fellini, Germi, De Sica e Zavattini, avrebbero seri problemi a lavorare. Di lui ci piace la nota affermazione che alle dittature, più che gli attacchi diretti, non piace la satira, e il senso dell’umorismo e dell’ironia che si annida in tutte le forme d’arte. E ci piace l’affermazione provocatoria in cui recita il non amore per la democrazia “perché diffonde il gusto non elevato della massa”, e che da esse in fondo sembrano essere arrivate alcune delle peggiori cose dell’umano: “Socrate è stato condannato a morte dalla democrazia ateniese, e Hitler è stato democraticamente eletto in Germania”, e mi verrebbe istintivamente da fare un parallelo con le ultime vicende politiche di questa nostra democraticissima Italia, mi si perdoni la cacofonia. Ma è meglio non mettere altra carne a cuocere.

Dissentiamo, con tutto il rispetto per il maestro, con l’idea che il cinema sia morto. Tra i film italiani in gara a Locarno, invero, l’unico è Sangue di Pippo Delbono, che è un film interamente girato con una piccola macchina da presa e un i-Phone. A testimonianza del fatto che fondamentalmente bisogna lavorare con delle idee. Una macchina da presa straordinaria e tecnologicamente avanzata rappresenta, certo, una delle tante garanzie della qualità, ma le idee eccezionali e creative sono la sola e unica garanzia del genio. Non a caso sono stati i colpi di genio nel montaggio di Ejzenštejn, grande storico regista, che trasformava dei frammenti di pellicola bruciata in esplosioni di battaglia, quando non esisteva nessuna post produzione, né alcun effetto speciale, così da far diventare la corazzata Potemkin un caposaldo del cinema di tutti i tempi.

Auguri a Otar Losseliani per la celebrazione della sua carriera e a Delbono e a tutti i film in gara, oltre a un augurio a quelli che frequenteranno la gigantesca sala per le proiezioni di Locarno, che potranno dire di avere visto e archiviato nei loro cassetti della memoria le lucide immagini di quei film, che la massa non sempre avrà la fortuna di vedere.

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