magistrati-cassazioneDa vent’anni il condannato definitivo Silvio Berlusconi ha blaterato di riforma della Giustizia, che rappresentava più uno spauracchio che una volontà effettiva di cambiare le cose, infatti, nonostante dal ’94 sia stato per ben tre volte Presidente del Consiglio dei Ministri, la Giustizia era più efficiente nel 1994 che oggi e le modifiche hanno apportato più danni che benefici ai cittadini.

Eppure la riforma possibile, senza costi per lo Stato e senza scombinare l’architettura costituzionale, approvata da tutti era quella della semplice modifica al concorso per il reclutamento dei magistrati.

Il nodo vero che attiene alla Giustizia è che si diventa magistrati troppo giovani, dopo un percorso solo di studio furente, chiusi in chete stanze, ma senza avere un contatto vero con la realtà che ci circonda, invece, per aver un ottimo giudice è necessario accanto allo studio anche la comprensione della vita e dei problemi della gente, del vissuto e del mondo che fuori l’uscio vive, mentre il giovine magistrato prosegue nel suo guscio, il faticosissimo studio matto e disperatissimo.

Chi amministra la Giustizia deve conoscere ed avere vissuto i problemi concreti della vita reale, la disoccupazione e/o l’inoccupazione, lo stipendio basso oppure il lavoro a progetto saltuario, la pensione ed il dramma di chi finisce in carcere, altrimenti non sarà mai un buon magistrato, ma solo un potente che gestisce la forza della legge, che diventa forza personale da dipendente pubblico, con tutti i vizi e difetti che contraddistinguono il dipendente pubblico, senza scorgere che dietro al numero del fascicolo c’è una famiglia, una vita, un futuro che il suo giudizio può spezzare definitivamente.

Una ricetta semplice che tutto il centro-destra ed il Cavaliere Errante poteva ottenere in modo semplice ed immediato con condivisione di buona parte del Parlamento e con un miglioramento del “servizio giustizia” evidente, sarebbe stata la modifica dell’accesso al concorso  di magistratura statuendo che per partecipare diveniva necessaria un’anzianità di iscrizione all’albo degli avvocati, notai o aver svolto altre funzioni nella pubblica amministrazione da almeno dieci anni e tenendo conto di titoli, pubblicazioni, e quant’altro idoneo a valutarne la professionalità.

Quale l’effetto di tale piccola modifica? Il magistrato diventerebbe tale dopo un lungo percorso a non meno di 35 anni, con un bagaglio di esperienza ben più ampio del giovane studente che si laurea a 23 anni e continua un percorso fatto solo di libri, accademico, mnemonico, ma è carente della conoscenza della vita e dell’uomo che sono elementi essenziali per amministrare bene la Giustizia.

Il meccanismo di isolare in una torre d’avorio di studio il laureato per poi lanciarlo senza rete dietro una “scrivania pesante” con un potere inspiegabile rappresenta il peso non gestibile che condiziona il futuro ed il percorso del giudice, che tra gli ossequi del popolo di avvocati, la funzione di potere svolta (poiché la legge gli consente di arrestare, condannare) può giungere ad una esaltazione pericolosa per i cittadini.

Oggi non serve più questa figura di giudice, bensì quella di una persona che ha vissuto e si è calato nella realtà, ha toccato con mano i disagi degli utenti ed ha raggiunto l’equilibrio, il buon senso e la logica dell’uomo di mezza età e non ha più grilli per la testa comprende meglio la sua funzione, il potere e la forza che gli viene assegnata.

Chi è stato avvocato per trent’anni come il sottoscritto ed ha vissuto un confronto con il giudice a volte inesistente, senza possibilità di ottenere risposte ai quesiti posti, il confronto con il cliente che non cerca il buon professionista ma il suo utile personale, il confronto con il mondo, con la famiglia, comprende bene che la Repubblica ha bisogno di giudici esperti, formati dalla vita e non solo dallo studio per ottenere sentenze di merito e non processuali che per cavilli non affrontano il bene della vita che viene richiesto.

Il popolo sovrano merita un giudice maturo, giusto, onesto che marchiato dall’esperienza cerca di non far ricadere sugli altri i propri disagi ma applica la legge con il volto umano del buon padre di famiglia.

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