Taormina, il paradiso ritrovato dell’intellighenzia europea. E’ trascorso oltre un secolo da quando l’umanità, espressa attraverso la cultura occidentale e in particolar modo la cultura europea, raggiunse un picco evolutivo, un apice di sviluppo da cui poi si allontanò traumaticamente con la caduta precipitosa dovuta allo scoppio della prima guerra mondiale. Parliamo di quel periodo genericamente indicato come la Belle Epoque, che solo uno sguardo superficiale può relegare ad un ambito puramente estetico ed edonistico. In realtà la rivoluzione industriale che caratterizzò l’intero arco dell’Ottocento determinò una trasformazione radicale dei processi di produzione, tanto che ad un certo punto, con l’inizio del Novecento si giunse alla percezione della nascita di una nuova era, una nuova stagione dell’umanità in cui l’uomo si sarebbe liberato definitivamente dalla schiavitù del lavoro e della necessità delle segregazioni classiste.

Ogni giorno si assisteva ad una nuova entusiasmante invenzione, capace di annullare quei limiti a cui la memoria storica ci aveva da sempre abituati e che ampliavano all’infinito gli spazi dell’agire umano. Nell’arco di pochissime decadi erano state introdotte nella vita comune della popolazione la fotografia, il cinema, l’automobile, l’aeroplano, la radio e dimensioni ancora più strabilianti venivano aperte dalle visioni geniali di scienziati come Nikola Tesla, le cui teorie ancora oggi attendono di essere applicate compiutamente. Anche nel campo più specificamente culturale nuove prospettive straordinarie stavano mutando drasticamente la scena dell’arte, della letteratura e della filosofia.

Diversi intellettuali d’oltreoceano venivano in Europa per ricercare le fonti originarie della grandezza della civiltà occidentale e da qui proporre l’inaugurazione di un nuovo corso storico in cui pace, giustizia ed equità rappresentassero i capisaldi fondamentali del convivere sociale. Probabilmente Ezra Pound, il poeta più importante del XX secolo, ne è l’esempio più attuale ed emblematico, con quella sua volontà di liberarsi dalle maglie schiavistiche dell’usura finanziaria del cartello bancario internazionale. Un sogno frustrato da chi allora deteneva, come d’altra parte ancora oggi si ostina a tenere saldamente in mano, le redini della politica mondiale ed era capace di scatenare due guerre mondiali e successivamente l’interminabile guerra globale al fantomatico terrorismo internazionale, pur di bloccare quello sviluppo e far retrocedere l’umanità ad uno stato di maggior e più sottile controllo rispetto al precedente.

C’è voluto un secolo per arrivare attualmente ad un punto sotto molti aspetti simile a quello che caratterizzò la Belle Epoque. Anche oggi infatti la sensazione della fine di un mondo in rapido e progressivo decadimento e l’assoluta e imprescindibile necessità di un nuovo inizio si fa sempre più pressante. Si tratta di una consapevolezza, veicolata soprattutto attraverso internet, riguardo la reale entità delle menzogne perpetrate dal potere, riguardo le potenzialità psicologiche e spirituali effettive soggiacenti all’essere umano, riguardo la grande opportunità liberatrice offerta dall’automazione iper-produttiva, riguardo la sempre più evidente artificialità di una crisi economica, concepita dall’elite finanziaria per reiterare ad libitum il paradigma della scarsità, quando è sotto gli occhi di tutti il fatto di vivere in un mondo segnato, sia pur contraddittoriamente, dall’abbondanza; abbondanza energetica, abbondanza di manodopera, abbondanza di tecniche e conoscenze; abbondanza di tutto, fuorché paradossalmente della disponibilità del semplice e puro strumento tecnico di scambio, a cui dovrebbe limitarsi la funzione della carta moneta, monopolizzata invece a scopo speculativo da quelle obsolete entità private che sono le banche, come appunto Ezra Pound e i suoi epigoni tenacemente tentarono di denunciare.

Un periodo insomma, quello a cavallo tra Otto e Novecento, ricchissimo di novità ed aspettative. In Europa, dal cuore dagli imperi britannici e teutonici, molti artisti e letterati seguivano le tracce dei viaggiatori del Gran Tour e si rivolgevano al sud mediterraneo, guidati dall’illusione di una riscoperta di un mondo di purezza incontaminata che conservava ancora i caratteri originari della nostra cultura. Le gloriose vestigia greco-latine si ergevano ancora così imponenti ad offrire agli spiriti più colti le loro profonde suggestioni all’immaginario creativo.

Ma non era solo la ricerca di ispirazione artistica ad attrarre verso le nostre contrade questa elite culturale; c’era anche la tolleranza nei riguardi dell’omosessualità. Una tolleranza non solo legislativa, che qui si respirava rispetto alla rigida censura operata dall’Europa vittoriana. Sarà stato per una confidenza congenita alle caratteristiche decadenti ereditate dall’epoca classica che qui avevamo già attraversato nel passato, sarà stato per l’innata saggezza propria di ogni popolazione antica, sta di fatto che nei territori della Magna Grecia, in Sicilia, a Taormina in particolar modo, l’affluenza straniera di determinati personaggi provenienti dagli ambienti nobiliari e dell’alta borghesia, dalla seconda metà dell’Ottocento in poi, fu un fenomeno assai rilevante, che segnò per sempre il destino di questo angolo di mondo.

L’enorme successo del turismo che Taormina ha avuto nell’ultimo secolo, benché sia giustificato a sufficienza dall’incomparabile bellezza del suo paesaggio naturalistico ed archeologico, ha anche questo elemento peculiare ad averlo caratterizzato in origine. Un elemento che, a ragion veduta, la popolazione ha voluto sotterrare nei recessi della memoria e che solo oggi sta venendo fuori grazie anche agli studi storico-antropologici di studiosi insigni come Mario Bolognari.

Le eleganti immagini dei giovani agghindati secondo i modelli estetici dell’arte classica, ritratti nelle fotografie del barone tedesco Wilhelm von Gloeden, con la loro proiezione astorica nel mondo ideale di un immaginario idilliaco ed eterno, rappresentano senz’altro una sintesi artistica, efficacissima ed eloquente, a volerci leggere i segni ambivalenti dell’estrema complessità che caratterizza i fenomeni di contaminazione culturale e colonizzazione economica subita dal nostro meridione.

Si tratta in qualche modo della stessa dinamica accaduta durante le ultime decadi del Novecento ai paesi dell’Estremo Oriente, quando molti artisti occidentali vi scoprirono ancora intatto il paradiso perduto nelle loro terre. Anche lì la ricerca di un ambiente ispirativo più congeniale era intrecciato al miraggio sessuale rappresentato da donne non contagiate dalla morale cattolica. In effetti è ovvio che gli aspetti misteriosi che caratterizzano l’ispirazione artistica si confondono assai intimamente con la possibilità di vivere liberamente la propria sessualità. Arte ed energia sessuale sono spesso due facce della stessa medaglia. In questo senso non hanno alcuna importanza le distinzioni di stampo moralista tra sessualità lecita e illecita. Si tratta comunque di amore e alla base dell’arte vi è sempre l’amore inteso nella sua accezione più ampia.

Successivamente, poi, le scoperte di questi paradisi da parte primi viaggiatori, artisti e intellettuali, hanno spianato la strada all’attenzione più materialistica degli imprenditori economici, che giocano sempre la carta ambigua del reciproco interesse, quello proprio e quello delle popolazioni coinvolte, in nome di ciò che vengono definite le ragioni del progresso. Se poi si tratti di vero progresso, il discorso rimane aperto, soprattutto oggi che stiamo conoscendo da vicino le conseguenze dannose di uno sviluppo edilizio ipertrofico e delle speculazioni ad esso connesse. La gentrificazione selvaggia operante in tutto il mondo degli ambienti popolari più tradizionali ne è una chiara espressione e probabilmente potrebbe rappresentare un chiave ulteriore di studio, alla ricerca di un equilibrio tra antico e moderno, la cui necessità, come dicevamo, appare sempre più urgente.

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