Sinestesie, tatto, percezione piena, parole che, seppure medesime, non hanno mai lo stesso significato, ogni volta prendono valenze diverse, sfondano muri emotivi inavvicinabili solitamente, proprio con l’insistenza dei concetti. Sonia Consolo Giaccotto ci stupisce, in questo romanzo, con una forza che non conoscevamo, non ancora. Tanto diverso da L’ombrello (pubblicato un paio d’anni fa, e peraltro storia originalissima), questo lavoro è un punto d’arrivo molto importante per l’Autrice la quale qui, sopprime ogni tipo di metafora per lasciare il posto ai sensi, tutti, come viene enfatizzato dal titolo stesso.

Romanzo breve, concentrato, che io voglio inserire nelle nuove collane Fuorionda, proprio per la sua particolarità, al di là del tono colloquiale, del ruolo confessionale che a tratti assume, Con tutti i sensi è una storia dall’istinto acceso, un mix tra immagini psicologiche e verità sopite nella mente dei protagonisti, i quali incontrano, oltre al percorso comune a un certo punto delle loro esistenze, una sorta di dettato imperativo del soprannaturale. Sono dimore dell’anima quelle frequentate dai due, la sessualità è un rito sciamanico per attraversare il sublime, che coabita con la quotidianità di un uomo e una donna che vivono in due famiglie diverse e sconosciute. Ma loro non sono mai stati due estranei, e non lo sapevano, non potevano immaginare che il destino avesse riservato loro un incontro sulla groppa di galattiche pulsioni, per fondere per sempre le carni e il pulsare di quell’amore che mai intaccherà altro se non le loro sfere personali. E un amore tanto programmato dal fato, nei minimi dettagli, scritto nelle pergamene universali, come potrebbe non essere immenso? Due comuni mortali, Diego ed Altea, che non immaginano lontanamente cosa stia per accadere in quell’aeroporto freddo e odoroso di partenze e ritorni. Fuoco e cenere, dentro a una clessidra che misura il tempo astratto annientando il reale in un angolo meschino, e la parola chiave è noi non ci siamo mai persi, che nemmeno i protagonisti sanno spiegarsi né capire appieno. L’accettano e non possono sottrarsi, cominciano ad amarla, anzi, convergendo ogni spiegazione lì, al fulcro di quella leva che li fa volar via.

L’Autrice qui porta a compimento un bellissimo lavoro, coglie la vibrazione da trasmettere al lettore, sa che questi si porrà delle domande e scrive in maniera tale che soltanto il sogno emerga: “ … Sì, volavi. Col pensiero. Era la tua salvezza, quella grande mente. Il tuo grande cervello. Amo il tuo cervello. Era malato di follia. La tua e la mia”. Si spiegano poi le esplosioni inebrianti degli accadimenti, quel velario che dona -nel giaciglio- la passione pura, che viene proposta senza oscenità, ma con una dolcezza che prende per mano e accompagna nell’immaginario, tra le punte cromatiche che si susseguono in incisi privatissimi, discreti, con tinte forti appena accennate e necessarie per rendere l’idea, il tutto condito da perenne stupore, incredulità, quel dirsi “ma che abbiamo fatto per godere di tanto amore noi due, noi due che non ci siamo mai persi?”. Tutta la struttura del romanzo insinua grandi ribaltamenti interiori che ricordano un poco la grandiosità scenica della rappresentazione di Tristano e Isotta, in quella tragica consapevolezza che l’amore è amore tra due esseri che vorrebbero però essere uno e non è possibile, quindi avvertono tale impossibilità, ma provano a superarla, ad immedesimarsi: una sorta di forza soprannaturale che li governa, li trascina e li fa innamorare fino nell’anelito mortale, nel quale possono trovare pace, ma intanto, pur lottando per rimanere, nel contempo, due individui ben distinti, si annullano l’uno nell’altra, attingendo forza dagli amplessi pieni e incondizionati, vivi e mai trattenuti, anzi. I nostri Altea e Diego, hanno in chiave moderna la dannazione di chi non può amarsi in pace, proprio come Isotta e Tristano. “Noi non ameremmo alcuno se non ci fosse l’altro, o almeno non in questo modo, perché l’amore è unico, aspira all’immedesimazione, alla perdita di sé nell’altro”, ed è qui la grandezza del senso, a mio avviso, di tutta la narrazione.

Sonia Consolo Giaccotto ha avuto la finezza di saper trattare tale complesso contesto, che va a toccare, appunto, il bene condiviso, quello in cui una persona può incappare, trovandosi a dover scegliere. Ebbene, Altea non sceglierà, saprà donare a due uomini diversi, la propria duale grandezza. Individuando chi dei due si aggiudicherà la a maiuscola di amore. Altea nulla toglierà al compagno della vita, ai figli, alla sua scelta di famiglia. No. Ma non potrà rinunciare mai alla liason con Diego, che il destino le impone, come accade a Diego stesso, che conosce, grazie ad Altea, forse il vero e unico amore, dopo quello della madre Agata, figura importantissima nel suo percorso di crescita.

Credo che, con lo stile piuttosto svelto, innovativo, assemblato con brevi e serafiche frasi schiette, fuori dai denti, come si dice, la nostra Autrice, riesca, con questa avvincente prova in prosa, a toccare l’introspezione come pochi, riportando alla luce l’eterna connessione amore-morte, l’aspirazione alla coscienza del sentirsi spacciati in quanto viventi; alla volontà di perdersi nell’altro, l’inquietudine inappagabile, che l’esistenza induce alla persona che medita, che si pone delle domande reali e concrete, probabilmente riconducibili all’unica soluzione possibile, ovvero la fine della vita, ma… Ma. C’è un oltre, un altrove che viene dal passato e scorre nel futuro.

Lo leggerete d’un fiato, con la voglia e la curiosità di capire e di capirvi, al di là d’ogni metafora, ma con tutti i sensi.

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