Nella società moderna la salvezza consiste nell’inserimento nel processo produttivo. E ora che il lavoro sta finendo, che le macchine stanno prendendo tutto lo spazio del lavoro materiale e cominceranno ben presto anche ad occupare gli spazi di quello immateriale, comincia a serpeggiare il dubbio che questa società porti tutti all’inferno

Friedrich Engels e Karl Marx
Friedrich Engels e Karl Marx

Per Marx il lavoro produttivo è solo quello che costituisce un momento del processo di autovalorizzazione del Capitale, ed è quindi solo quello prestato per un capitalista. Uno stesso lavoro, per Marx, può essere produttivo o improduttivo a seconda se sia o meno inserito in un processo di valorizzazione del capitale. La classe rivoluzionaria, ovvero il proletariato, è quella che produce lavoro produttivo nel senso che partecipa al processo di autovalorizzazione del Capitale. Le classi hanno una loro “autonomia antagonista, non in senso individuale, vale a dire non lotta tra gli uomini bensì struttura antagonista”. Questo modo di intendere il rapporto tra produzione e società definisce le forze produttive. E’ attraverso l’appropriazione dei mezzi di produzione che una classe diventa dominante sull’altra. Senza tale appropriazione, il lavoratore avrebbe pienezza del proprio essere, e le forze produttive potrebbero svilupparsi appieno.

Il rovesciamento marxiano della prospettiva hegeliana, non comporta il ripudio della nuova etica della produzione, bensì il suo trionfo. Distruggendo il processo di appropriazione del plusvalore, gli uomini si riappropriano di se stessi: ma quel se stessi, è tutto interno all’etica del lavoro, alla logica della produzione. L’ideologia, la coscienza individuale, la storia si definiscono solo all’interno delle relazioni determinate dai rapporti di produzione. La storia è storia di lotte di classe, il diritto e la morale scaturiscono all’interno di questi rapporti di produzione. “Il soggetto dello sviluppo non è altro che ciò che si definisce mediante la successione delle forme di organizzazione del lavoro”.

Dal punto di vista individuale, “… il lavoro, l’attività vitale, la vita produttiva stessa appaiono all’uomo in primo luogo soltanto come un mezzo per la soddisfazione di un bisogno, del bisogno di conservare l’esistenza fisica. Ma la vita produttiva è la vita della specie. E’ la vita che produce la vita. In una determinata attività vitale sta interamente il carattere di una «species», sta il suo carattere specifico; e l’attività libera e cosciente è il carattere dell’uomo. La vita stessa appare soltanto come mezzo di vita”.  Insomma, l’esistenza si giustifica solo in quanto legata all’attività dell’homo faber.

Gli uomini nella storia “… non sono gli uomini concreti, quelli di cui le famose formule ci dicono, senz’altro, che fanno la storia. Essi sono, per ogni pratica e per ogni trasformazione di tale pratica, le forme differenti di individualità, che possono essere definite a partire dalla struttura di combinazione. Allo stesso modo in cui vi sono nella struttura sociale dei tempi differenti, di cui nessuno è il riflesso di un tempo fondamentale comune, e per la stessa ragione, cioè quel che si è chiamato la complessità della totalità marxiana, vi sono anche, nella struttura sociale, delle forme differenti di individualità politica, economica, ideologica, che non sono sorrette dagli stessi individui, e che hanno la propria storia relativamente autonoma.”

Al di fuori del lavoro non c’è storia degna di essere scritta. “Nel lavoro egli [Marx] riscontrava il principio attivo della storia, nel movimento delle condizioni che esso produceva stava la storia, intesa come praxis, anzi tutta la storia era una produzione di condizioni poste dallo stesso uomo (praxis rovesciata) contro cui la stessa praxis operava”. E poiché il lavoro nasce dal bisogno, ecco che il bisogno diviene la sorgente di ogni attività. “La civiltà dipende dal mondo esterno, ha bisogni infiniti e di ogni specie; non trionfa dei limiti della scienza e della vita che con l’attività reale […]. Il bisogno, la mancanza è la sorgente di ogni lavoro umano. E la società non ha altro fine col lavoro che di realizzare un ciclo terrestre.”

Con la conseguenza che senza il bisogno non c’è storia e progresso. E’ questo il fondamento dell’etica del lavoro che diviene l’architrave della struttura stessa della società. Il lavoro, fonte della produzione, è mosso dai bisogni che, a loro volta, sono generati dalla stessa produzione. Questo circolo è vizioso nel capitalismo, per effetto dell’appropriazione del plusvalore, e virtuoso nel comunismo, dove questa appropriazione non c’è più.

La generazione dei bisogni, poi, non è un atto individuale, ma collettivo, essendo allo stesso tempo presupposto e conseguenza del processo di produzione. In quest’ottica la coscienza individuale viene completamente annichilita. La costruzione di una società di eguali tutti diversi tra loro, cozza contro la necessarietà del lavoro produttivo, sostenuto con pari forza da capitalismo e anticapitalismo, dal diavolo e dall’acqua santa. Liberare l’uomo dal bisogno diviene quindi un atto contro la storia, un’utopia irrealizzabile.

Nel marxismo la liberazione è un atto contro l’appropriazione capitalistica, senza la quale l’attività dell’uomo diventa libera. L’assoggettamento alla necessità, il lavoro per la necessità sono presupposti naturali e l’organizzazione della produzione è la conseguenza storica di questa condizione naturale. Il lavoro è sempre lavoro per la necessità, dato che il bisogno è il fondamento dell’etica. Nel marxismo non c’è alcuna distinzione tra lavoro per la necessità e lavoro libero perché l’uomo è senz’anima. E’ l’avere che lo caratterizza, avere o non avere i mezzi di produzione lo rendono libero o schiavo del processo di produzione. L’alienazione consiste nell’appropriazione dei mezzi di produzione da parte di qualcun altro.

La filosofia del bisogno, diventa, quindi, il fondamento dell’etica del lavoro. Il rovesciamento della prospettiva hegeliana coinvolge anche la maledizione del lavoro: questa, rovesciata, diventa, appunto, la benedizione del lavoro e non potrà mai diventare liberazione dal lavoro.

La filosofia del bisogno non prevede la possibilità della liberazione della società dal lavoro, (dato che ogni lavoro è lavoro per la necessità), bensì il suo nascondimento. La società che si fonda sulla filosofia del bisogno non può perseguire la liberazione da nessun bisogno senza produrne altri. Il sistema di produzione, quindi, moltiplica anche i bisogni oltre ai beni al fine di garantire e giustificare se stesso. D’altra parte se l’etica dominante è l’etica del lavoro, la moltiplicazione dei bisogni è il viatico per la felicità. La logica del bisogno come motore del mondo, conduce in un vicolo cieco e pericoloso. L’etica del lavoro ha costruito la sua filosofia sull’equivoco generato dall’uso astratto dell’espressione “i bisogni”. Ora appare chiaro che se riferiamo i bisogni al processo di produzione, che è necessariamente riferito a beni materiali, anche i bisogni sono materiali. Che non si possono identificare con i bisogni dell’uomo senza commettere un’operazione arbitraria, a meno che non consideriamo l’uomo esclusivamente nella sua materialità (il che è il fondamento della filosofia di Feuerbach e della sinistra hegeliana).

In questa ottica, i bisogni materiali divengono un assoluto che si realizza nel processo di produzione. In tal modo, però, anche l’uomo, in quanto si identifica con i propri bisogni, diviene riproducibile nel processo di produzione.

Anzi l’essenza dell’uomo si ritrova proprio nella sua riproducibilità, nel suo essere un elemento del processo di produzione del mondo, finché, dopo la liberazione dalle pastoie del capitalismo, l’uomo non arriva ad identificarsi con la natura di cui diviene produttore e prodotto.

Il processo di produzione diviene così l’essenza stessa dell’universo, in cui tutto viene prodotto e tutto s’identifica con esso. Nel capitalismo, questa logica porta alla mercificazione dell’esistenza, non solo per effetto del processo di appropriazione del plusvalore. La critica marxista si fonda esclusivamente sul processo di creazione del plusvalore, ma non comprende che la mercificazione dell’esistenza nasce dalla considerazione dei bisogni materiali come un assoluto.

Sotto questo profilo non c’è alcuna differenza tra il comunismo ed il capitalismo. Per entrambi, infatti, la mercificazione dell’esistenza umana è la conseguenza del considerare i bisogni materiali come un assoluto. La generazione della vita per mezzo del processo di produzione, comporta che l’etica stessa sia un prodotto del processo di produzione, relativo alle relazioni tra l’esistenza dell’uomo e l’organizzazione dei beni materiali che egli produce.

In questo senso, l’etica del lavoro, nella società capitalistica, così come in quella comunista, costituisce il fondamento dell’etica fino ad identificarsi con essa. Ogni espansione dei processi di produzione toglie ulteriore spazio ad etiche diverse da quelle del lavoro e della produzione. Questa distruzione progressiva dell’etica umana costituisce la fonte dell’alienazione dell’uomo moderno, privato della propria essenza e della propria infinita capacità di estrinsecazione, dalla sua collocazione all’interno del processo di produzione.

L’uomo, nell’era dell’etica del lavoro non ha diritto alla vita, ma diritto al lavoro, senza il quale non esiste vita. Chi è al di fuori del processo di produzione non ha diritto all’esistenza, nemmeno ai margini della società. Essere senza lavoro è una colpa inconfessabile anche se la disoccupazione è involontaria. Il senza lavoro infatti, è senza essere, non è niente, dato che non partecipa al processo di produzione nemmeno di se stesso.

La comunità interviene ad aiutare costoro a ritrovare un ruolo nella società del lavoro. Ma l’aiuto è subordinato alla prova che la disoccupazione non sia volontaria, prova che deve essere fornita dal disoccupato. Insomma, per avere il diritto di sopravvivere, occorre dimostrare di essere senza colpa, e se invece si è in colpa, bisogna fare atto di contrizione, pentirsi e chiedere il perdono al dio della produzione. Colui che commette il delitto di porsi fuori della produzione commette un delitto così grave che è punito con la morte (per inedia). Nessuno lo aiuta, e comunque, quelli che lo fanno, lo spingono a rientrare nel sistema.

Neppure i delitti più infamanti, le stragi, sono puniti più severamente se colui che li compie si pente dei suoi delitti. In quel caso lo Stato, la giustizia, aiutano e supportano molto concretamente, con denaro, sconti di pena, elargizioni di ogni genere. Il delitto di libertà diviene un delitto capitale, punito con morte, e la condanna viene eseguita con l’espulsione da ogni forma di organizzazione sociale che non sia una struttura di recupero alla logica della produzione. Non vi hanno fatto un po’ senso quei politici e sindacalisti che hanno parlato di “rottamazione” dei lavoratori? Il riferimento alla rottamazione delle automobili o delle lavatrici non era soltanto un’infelice endiadi linguistica. Nella loro testa il lavoratore è realmente uno strumento di produzione da buttare via quando non serve più, da rottamare per recuperarne il valore d’uso. D’altra parte gli stessi politici e sindacalisti parlano di Capitale umano, come se un uomo, con la sua vita, la gioia, le debolezze, la bellezza, la felicità, il dolore, tutto ciò possa essere ridotto ad un numero, ad una frazione dell’accumulazione del capitale. Denaro, uomini e macchine, come parti di un processo di produzione dal quale tutto scaturisce e nel quale tutto finisce.

Come i mercanti nel Tempio della vita, fanno davvero schifo. Al di fuori della produzione non c’è giustizia, dato che al di fuori della produzione non c’è l’essere. E’ questa la maniera concreta in cui il valore della giustizia viene annichilito dal dio della produzione e poi distrutto. Il delitto capitale diviene quello contro la logica della produzione. Tutti gli altri possono essere perdonati, ma quello è l’unico che porti alla condanna a morte.

Nella società moderna la salvezza consiste nell’inserimento nel processo produttivo. E ora che il lavoro sta finendo, che le macchine stanno prendendo tutto lo spazio del lavoro materiale e cominceranno ben presto anche ad occupare gli spazi di quello immateriale, comincia a serpeggiare il dubbio che questa società porti tutti all’inferno.

Anche perché si scopre che il diavolo sta barando. Non è affatto vero che sia necessario il lavoro per ottenere la salvezza. Non è vero che le risorse non ci siano, che il deficit dello Stato non sia risolvibile, che il lavoro debba essere necessariamente così intenso ed abbrutente. Non è nemmeno vero che la ricchezza non possa essere distribuita in maniera equa. Dobbiamo solo strappare la maschera dal volto del mostro, mostrare a tutti le sue menzogne, la sua violenza e la sua brutale stupidità. Lo faremo con gioia e con ironia.

Una grande risata li travolgerà.

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