Dopo l’ennesimo appello a favore del ritorno alla lira – concetto ripetuto ad nauseam da vari pseudo-economisti secondo i quali i paesi della periferia Europea, uscendo dall’euro riuscirebbero a svalutare la loro moneta e in questo modo “magicamente” a risolvere tutti i loro problemi senza poi soffrirne le conseguenze – è arrivata una nuovissima teoria che dichiara, se non fossero i paesi periferici ad uscire dall’euro, la Germania potrebbe uscirne da sola.

Prima di analizzare cosa succederebbe se veramente la Germania tornasse al marco (magari portando con se altri paesi economicamente sani) lasciando l’euro ai paesi in crisi – che sbraitano per uscire dall’euro, inteso come uscita dal dominio teutonico – bisogna fare alcune considerazioni.

Come prima cosa da notare è l’atteggiamento perpetuato dal concetto “o noi o loro”. L’assurdità di questa affermazione è rilevata da chiunque accetti il fatto che le leggi dell’economia, come quelle della fisica, devono seguire una determinata logica. Poi il fatto che questi pseudo-economisti spesso si dilunghino in ragionamenti di complessità divertente quanto assurda, come ad esempio la necessità degli “Eurobond” come unico modo per garantire la continuità dell’unione con la Germania. Questi Eurobond, idealmente, dovrebbero aggregare il debito pubblico e in qualche modo anche garantirlo.

Sarebbe molto più facile arrivare ad un accordo tramite il quale la Germania accetti di incrementare l’inflazione, a patto che i paesi della periferia europea la diminuiscano. Ma questo concetto è troppo semplice per essere preso in considerazione. Passando poi all’accusa che la Germania si sia arricchita diventando netto creditore alle spese dei paesi ora in crisi, come fa notare l’economista tedesco Hans-Werner Sinn in un articolo pubblicato sul “Financial Times” dello scorso 22 luglio, tale accusa è scorretta in qualunque modo la si interpreti. Con l’introduzione dell’euro, i paesi del sud Europa hanno visto un afflusso di capitale che ora si è fermato per mancanza di “fiducia”, cioè affidabilità. Visto che quel capitale è arrivato proprio dalla Germania, questo status da “netto creditore” ha causato addirittura un rallentamento dell’economia tedesca all’inizio del duemila, e solo oggi la Germania si trova con i conti nazionali in positivo, considerando che il capitale è attirato da un riparo sicuro come la Germania.

Infine, l’idea introdotta dai tedeschi stessi, e anche avvallata dal professor Sinn, è che la Germania, assieme ai paesi più sani, si debba staccare dall’unione affinché i paesi periferici possano svalutare la loro moneta in santa pace. E qui si torna sul problema fondamentale: dove sarebbero nascoste le imprese che potrebbero sfruttare la svalutazione della moneta? Ebbene, non esistono, visto che l’Europa non è la Cina.

Passiamo ora al “gioco” del “what if”, cioè le possibili conseguenze di un’uscita dall’euro da parte della Germania. Immediatamente, si vaporizzerebbe una parte significativa delle esportazioni dalla Germania, in quanto i maggiori importatori di prodotti tedeschi sono i paesi europei. In questo caso, la Germania dovrebbe rinunciare a ben lo 0,5% della sua crescita di Pil annuo. Sembra poco, ma se si pensa che la crescita totale è dello 0,9%, allora significherebbe rinunciare a più della metà della crescita annuale. Di conseguenza avverrebbe il collasso dell’Eu con tanto di crisi globale a traino. Un altro “what if” è cosa succederebbe se la Germania rimanesse nell’euro e le sue banche dovessero rinunciare al debito dovuto dai paesi in crisi. La Fondazione Bertelsmann ha creato un comitato di esperti proprio per analizzare questo scenario. La conclusione è che la crescita economica tedesca attribuita dall’euro è perfino maggiore di quanto la Germania perderebbe se ci fosse un altro “taglio di capelli” (o rinuncia ad una parte del debito dovuto se imposto dalla Bce) a favore dei paesi in crisi. Ad esempio, se la Germania rinunciasse al 60% del debito dovuto da Spagna, Portogallo, Grecia e Italia, la riduzione del Pil Tedesco sarebbe dello 0,05%, quindi di gran lunga minore alla crescita dello 0,5% attribuito all’euro.

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