“Quell’attimo di felicità” segna il ritorno in libreria di Federico Moccia, quello dei lucchetti per intenderci. E l’autore, dopo il successo di “Scusa ma ti voglio sposare” torna non solo con un nuovo romanzo ma soprattutto con un bel romanzo dove ad emozionare più che la storia sono i personaggi. Così trovi Niccolò, detto Nicco, il ragazzo gentile e profondo, incapace di dire di no e soprattutto di esprimere i propri sentimenti; l’incredibile Ciccio, un po’ coatto che sembra un Fonzie dei giorni nostri, le sorelle di Nicco: Fabiola, al terzo matrimonio e Valeria capace di passare da Pepe il troglodita a Ernesto il poeta. E poi Ann, la straniera che fa battere il cuore e Alessia, la ragazza di che ha spezzato il cuore di Nicco. E inizia così l’avventura alla ricerca di se stessi e alla scoperta dei sentimenti attraversando alcune belle città d’Italia.

Federico Moccia descrive luoghi fantastici con tanto di termini dialettali, chioschi, ristoranti, bar e leggende popolari. Leggendo il libro viene subito voglia di fare le valige e partire per provare le emozioni dell’allegra brigata: Ciccio, Nicco e le due Americane. “Quell’attimo di felicità” descrive, nella sua semplicità, un microcosmo fatto di amicizie, storie e persino sesso.
Nel romanzo i personaggi sono descritti nei minimi dettagli e i loro caratteri ben tracciati. Il tutto su uno sfondo talvolta troppo malinconico. Forse un po’ troppo sempliciotto il linguaggio. Particolare la scelta dei vari soprannomi: Pozzanghera, il Poeta, Pepe, che fanno pensare un po’ a ‘Tre metri sopra il cielo’. Divertente anche l’autocelebrazione dell’autore “Ahò, queste si vogliono lucchettare cn noi, e vai! Grande Moccia…stasera si scopa!”.

Bellissime le descrizioni. Ma “Quell’attimo di felicità” è anche un romanzo che commuove. Il dolore di Nicco per la perdita del padre è palpabile. E’ come se quella scomparsa gli avesse lasciato un buco nel cuore. E diventa l’emblema della fragilità e l’inizio della sua solitudine. Umano come non mai, va alla ricerca di un perché e soprattutto di quella felicità che non c’è più. E attraverso i ricordi ripercorre il suo dolore e  quel “ti voglio bene papà” non detto segna il suo rimorso.

Ma la realtà è che ho bisogno di un sogno, ho un disperato bisogno di un sogno, perché tutto quello che mi circonda ora non lo è, ho perso qualcosa che mi ha fatto smettere di sognare e di una cosa sicuro: senza un sogno non si va da nessuna parte”.

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