C’è stato un momento, intorno all’anno 2000, in cui la cultura è entrata decisamente a far parte del mercato delle merci. Fino ad allora “la cultura” aveva conservato più o meno una denotazione privilegiata, caratteristica di una certa qualità superiore rispetto agli altri ambiti del sociale.

Mi riferisco alla Cultura, quella con la C maiuscola, la Kultur nel significato dato dall’idealismo tedesco, che contribuiva una volta alla capacità per i singoli soggetti di leggere efficacemente la realtà, dando loro uno valido strumento in più di autodeterminazione, in confronto alla massa ignorante.

Con l’avvento della globalizzazione questo strumento ha perso tale posizione ed ha cominciato ad essere considerata una merce alla stregua di tutte le altre merci realizzate dal mondo della produzione industriale.

Esiste una duplice lettura di questo fenomeno. La prima rientra nell’ambito politico-economico ed è relativamente semplice afferrarla, la seconda lettura è di tipo antropologico culturale e ancora oggi si stenta a comprenderla a fondo, perché in generale non si è ancora colto il senso della cultura così come la concepisce l’antropologia, ovvero come quel sistema complesso di segni e significati, intrinsecamente omogeneo e sincronico al suo interno, che caratterizza una certa popolazione umana.

Prima lettura – ambito politico-economico

Si ricorderà che ad un certo momento della fine del secolo scorso, eravamo alla fine degli anni Ottanta, ci fu la polemica sull’opportunità o meno di interrompere le pellicole cinematografiche trasmesse in televisione con la pubblicità. Celebre a questo proposito fu lo scambio di vedute sui giornali tra Giulio Andreotti e Federico Fellini. Il berlusconismo era entrato di prepotenza nella società italiana ed aveva ormai reso quasi naturale che un’azienda televisiva, pur occupando un ruolo delicato e strategico del sociale, quello della comunicazione, non poteva fare a meno di avvalersi del contributo economico pubblicitario per il proprio sostentamento. Quindi non si potevano fare eccezioni. Anche i film di un certo tenore artistico non potevano esimersi dal fare da traino agli ascolti misurati dall’Auditel. Assolutamente inutile fu il tentativo di Federico Fellini di ribellarsi contro questa tendenza e alla fine dovette cedere, anche perché i film che egli aveva realizzato non erano certo di sua proprietà. Lui ne era l’autore, ovvero il detentore della proprietà intellettuale, ma i diritti di utilizzazione erano della casa di produzione che li aveva resi possibili.

In quello stesso periodo si percepì chiaramente che il potere dell’immagine stava ormai superando nettamente quello del testo scritto. Un’immagine, si diceva, vale quanto mille parole. Probabilmente proprio sull’onda del raffinamento tecnico dell’espressione pubblicitaria, si comprese che gli spot promozionali erano molto più efficaci di qualunque articolo di fondo ed arrivavano a colpire un pubblico molto più esteso. Anche qui fu inutile le considerazione portata avanti da alcuni intellettuali che facevano presente quanto, con il linguaggio delle immagini, si rinunciasse a quelle possibilità analitico-riflessive proprie solo grazie al testo scritto, con ovvie conseguenze sul piano delle possibilità della manipolazione mentale nei confronti del pubblico.

Inoltre, sempre negli stessi anni, si stava attuando la cosiddetta rivoluzione digitale, attraverso la quale era ormai possibile contenere sullo stesso supporto materiale, l’hardware, qualsiasi tipo di contenuto, sia testuale, sia sonoro, sia visivo. Si andava quindi accentuando il potere delle società informatiche rispetto a quei settori commerciali che avevano occupato fino allora porzioni circoscritte del mercato, la carta per il testo, il vinile e le audiocassette per la musica, la pellicola e le videocassette per le immagini. Il digitale era in grado di trasporre tutto in linguaggio binario e restituirlo su un unico supporto, che all’inizio era il compact disc e il DVD, ma poi anche questi sarebbero stati sostituiti dalla rete Internet.

Si tratta di tre aspetti apparentemente separati ma che avvenivano nello stesso momento e rappresentavano chiaramente i sintomi di un unico passaggio epocale che, in estrema sintesi, aveva come conseguenza il fatto la Cultura, stava perdendo il proprio potere e non rappresentava più un pericolo il fatto che questa potesse essere trasferita alla gente. Se prima di allora una massa priva di cultura era essenziale ai detentori del potere, che poteva, sebbene non in ogni caso, tollerare che relativamente pochi ne fossero i portatori, dopo non fu più un problema.

Da qui possiamo comprendere le ragioni delle file sterminate davanti alle mostre d’arte o l’arrivo dei vari festival della letteratura, della poesia, finanche della filosofia. Ormai la cultura era stata riciclata come elemento di trascinamento dell’economia e poteva essere utilizzata per stimolare il commercio. Da allora si strinse una sorta di patto che giustificava il binomio operato dagli operatori pubblici e privati, quello di “turismo e cultura“, per esempio, cioè il cosiddetto “turismo culturale”, che faceva nascere un nuovo soggetto commerciale, il consumatore culturale. Come si consuma la mortadella così si consumano i quadri di Van Gogh.

Seconda lettura – ambito antropologico culturale

Alle considerazione precedenti, che potremmo definire di natura sociologica, si affianca una valutazione più approfondita e sostanziale, resa possibile attraverso la visione antropologico culturale. Non si tratta di una lettura alternativa ma complementare. Il Novecento ha condotto la cultura occidentale a rendersi conto del valore della consapevolezza dell’Io. L’individuo, che nelle epoche precedenti aveva cercato nel mondo esteriore le ragioni della propria esistenza, ora raggiunse la consapevolezza di essere un soggetto cosciente di se stesso. La natura progressiva dell’evoluzione umana era arrivata alla meta finale. Non erano più importanti i contenuti mentali, ma era la capacità coscienziale che li conteneva a determinare il fulcro della possibilità da dare significato alla realtà.

Questa consapevolezza sopraggiunse all’inizio del Novecento. L’Esistenzialismo, che fosse nichilista o meno il suo esito, in questo contesto ha poca importanza, rappresentava uno dei segni di tale risultato. Allora il potere reagì alle pericolose conseguenze a cui la scoperta di sé come soggetto cosciente poteva condurre, grazie a ciò che sapeva gestire meglio, scatenare la guerra totale. Le due guerre mondiali azzerarono materialmente questo pericolo, così il potere ebbe il tempo di riorganizzarsi in una nuova società del cosiddetto benessere, con nuovi strumenti di controllo delle masse. Il Novecento, secolo tristissimo non a caso, poté essere superato abilmente da parte del potere in questo modo.

Conclusione

Alla fine del secolo, dunque, il risultato di tutti questi processi, che qui ho sintetizzato assai brevemente, è che ci si poteva pur concedere di rendere gli individui “colti”, giacché non risiedeva più in questo ambito il pericolo della rivoluzione sociale. Il consumatore culturale, alla stregua del consumatore di tutti gli altri prodotti, poteva ormai anche illudersi di avere in mano uno strumento utile alla propria esistenza. In realtà era una cultura ridotta ad essere un puro e semplice fiore all’occhiello del proprio narcisismo personale, il cui esito a questo punto era funzionale al potere, che si basa sempre sulla manipolazione delle persone. Eventualmente il terreno di battaglia si trasferì su un piano superiore, quello della coscienza in se stessa, quello della consapevolezza di sé, vuota di qualsiasi contenuto.

In ogni caso, in meno di un ventennio, l’ultimo, anche su questo piano il potere ha creato il mito della new age per svuotare e smontare anche lo strumento della ricerca spirituale. Ma qui andiamo oltre il discorso entro cui volevo limitare questo scritto.

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Così, è attraverso questa prospettiva generale che ho letto il fenomeno dei festival culturali, che si è andato affermando nei primi anni dal duemila in poi in Italia.

Intorno al 2005-2006 Rai Educational è stata presente praticamente in quasi tutti i festival culturali realizzati sul territorio italiano. In quel momento ero scritturato come regista consulente e anch’io ne ho seguiti alcuni. La terza edizione del Festival Internazionale della Poesia, tenutosi nella deliziosa città di Parma ne è stato un esempio notevole. Il titolo che diedi alla puntata fu questo: “E un verso vi salverà. Cronache dal granducato della poesia”. In cuor mio, tuttavia, sapevo che tale eventuale salvazione poteva forse riguardare i poeti stessi che si cimentavano in questa arte sublime, non certo le migliaia e migliaia di consumatori culturali che vi accorrevano, felici di essere gratificati dal semplice contatto ravvicinato con gli uditori dell’eterna musa ispiratrice.

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