La ministra dell’integrazione Cécile Kyenge 660x330

La ministra Cécile Kyenge è nata a Kambove provincia congolese, figlia di un funzionario benestante di etnia bakunda. Dopo gli studi superiori, Cécile Kyenge decide di studiare medicine e chirurgia e non farmacia come le era stato imposto, ottiene quindi una borsa di studio per frequentare l’Università Cattolica del Sacrocuore di Roma.

Nel 1983 arriva in Italia, ma non avendo per un disguido la borsa di studio, vive in un collegio di missionarie laiche a Modena dove studia la lingua italiana, lavorando intanto per mantenersi come badante. Si laurea in medicina a chirurgia all’Università Cattolica del Sacrocuore, nel 2002 fonda l’associazione interculturale DAWA per promuovere la conoscenza reciproca delle culture e al contempo sviluppare percorsi di sensibilizazione, integrazione, cooperazione tra Italia e Africa, portavoce della rete Primo Marzo dei Migranti ne promuove i diritti.

Promotrice e coordinatrice del progetto AFIA per la formazione di medici specialisti in Congo in collaborazione con l’Università di Lubumbaschi. Il 2 luglio del 2013 il consiglio comunale di Roccella Ionica (Calabria) le attribuisce la cittadinanza onoraria del comune. Scelta anche nel 2010 come testimonial nella campagna di sensibilizzazione sull’immigrazione realizzata dall’OIM Organizzazione Internazionale per le Migrazioni.
Nel 2004 entra a far parte dei Democratici di Sinistra e in seguito del partito Democratico, il 25 febbraio 2013 è eletta al parlamento. Cécile Kyenge, da quando è al governo diversi politici di destra (Lega) la insultano per la sua pelle “nera”. Nelle sede dell’Associazione della stampa estera a Roma, ripete in italiano e in francese: “L’Italia non è razzista, c’è solo una mancata conoscenza dell’altro. Gli insulti e le minacce rivolte a me, sono rivolti in realtà a tutti quelli che rifiutano il razzismo e una società violenta”.
La sua nomina nel governo di coalizione guidato da Enrico Letta è stata accolta da dichiarazioni razziste da parte della Lega nord e dell’estrema destra. Forza nuova ha esposto uno striscione davanti alla sede del Partito Democratico di Macerata con la scritta: “Kyenge, torna in Congo”.

Dunque, nel Manifesto finale degli Stati Generali dell’Antimafia, anno 2009, si proponeva al parlamento di costituire in Italia secondo quanto previsto dalle Nazioni Unite, la commissione nazionale dei diritti umani, per garantire il “pieno ed effettivo rispetto” a partire da quello dei migranti. Il dialogo interculturale e la “convivenza” nella società multiculturale richiedono la prevenzione e il contrasto di ogni forma di razzismo e intolleranza.
Frabboni dice: “L’educazione interculturale si gioca qui, nel formare mentalità disponibili a decentrarsi, disposte a uscire dalla propria appartenenza per entrare nei territori mentali di altre culture, perciò un obiettivo irrinunciabile sarà quello di formare mentalità più aperte, antidogmatiche disposte a comprendere differenze valoriali e le connessioni tra le altre culture e la propria”.

L’obiettivo primario dell’intercultura si delinea come promozione della capacità di convivenza costruttiva in un tessuto sociale e culturale multiforme, cosa che alcuni rappresentanti della Lega e dell’estrema destra non hanno compreso. La cultura è il modo di vivere, di pensare, di esprimersi di un gruppo sociale e tutti i “popoli” la producono. Democrazia significa anche non delegittimare le differenze, la società deve farne prendere coscienza affinché il “cittadino” si adoperi in modo tale che le “differenze” non si trasformino in “disuguaglianze” sul piano sociale e civile.

La ministra non ha paura perché il suo compito è di rendere consapevole l’altro che la diversità è un valore e come tale va rispettata. E’ necessario rendersi consapevoli delle varie forme di diversità allo scopo di prevenire e contrastare la formazione di stereotipi e pregiudizi nei confronti di persone e culture. Se è ben chiaro l’articolo 3 della nostra costituzione come mai alcuni parlamentari non lo rispettano? Per non parlare degli obiettivi dell’educazione alla “convivenza democratica” che ne postula cinque fondamentali tra cui: “Evitare la formazione di stereotipi nei confronti di persone e culture”.

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