François Furet, lo storico di un'illusione

Il 12 luglio del 1997 moriva in Francia François Furet, uno dei massimi e più sensibili studiosi di storia moderna e contemporanea delle ultime generazioni

Nato nel 1927, già comunista, uscì dal PCF nel 1956 dopo la repressione della rivolta di Ungheria, come molti altri che non volevano più credere alla necessità storica e politica delle violenze morali e fisiche del modello socialista reale (perversioni che ne costituivano l’essenza, non una devianza). Al centro delle sue ricerche la rivoluzione francese in rapporto al concetto di lotta di classe, e il suo ruolo di modello di altre rivoluzioni successive.

Il suo libro più bello e importante, “Il passato di un’illusione, L’idea comunista nel XX secolo”, tradotto in italiano da Mondadori nel 1995, è la storia delle ragioni del formidabile successo dell’idea comunista presso i ceti intellettuali del XX secolo, anche dopo che i misfatti del bolscevismo erano stati scoperchiati ed erano ben noti a tutti coloro che li volevano vedere, in Occidente.

François Furet fu emarginato da larga parte della storiografia marxista e della sinistra più massimalista spesso dominante negli ambienti accademici. Fu accusato di essere un giornalista (scriveva commenti su Le Nouvel Observateur), più che uno storico: un’accusa terribile per uno studioso perché implicava una semplificazione dell’analisi delle fonti. Eppure insegnava in centri di studio e università prestigiose come l’Ecole Pratiques des Hautes Etudes en Sciences Sociales a Parigi e Chicago, diresse centri di ricerca prestigiosi, fu laureato honoris causa a Harvard. Dava fastidio proprio la pacatezza con la quale, documenti alla mano, argomentava le sue idee (ben ribadite anche nella raccolta “Gli occhi della storia”).

Criticò dunque l’utopia comunista, la filosofia che ancora oggi così tanti, anche fra i più giovani, apprezzano, e che è anche sistema in non pochi paesi del mondo. Tanti dovrebbero leggere il… revisionista Furet, senza pregiudizi. (Che mai negò la importanza di Marx e del suo pensiero, su un piano speculativo, pur dichiarandone alcuni limiti). Tanti dovrebbero leggere ancora oggi quello che si dice di lui anche semplicemente scorrazzando nella rete.

Sia reso onore dunque a Marina Valensise e a Pierlugi Battista che lo hanno ricordato negli ultimi giorni sul Foglio e sul Corriere della Sera del 13 luglio e del 15 luglio). Vale la pena di citare un brano assai vero ed efficace dell’articolo di Battista:

” La litania autocelebrativa dello ‘sbagliavamo, ma eravamo i più buoni’, ‘prendemmo cantonate, ma rappresentavamo comunque la meglio gioventù’ venne sbriciolata dalla lucida analisi di Furet… Il muro di Berlino, osservava Furet, è crollato miserevolmente scoprendo lo squallore delle società dell’est europeo, ma quella ‘illusione’, quella pulsione a schiacciare l’umanità in nome della sua futura redenzione, coprendosi di buone intenzioni e ammantandosi di un nobile linguaggio utopistico, si riaffaccia periodicamente nelle società dell’Occidente.
Questo, purtroppo, è uno di quei periodi molto vulnerabili a quel richiamo”.

Troppo buono Battista, non sempre, non spesso si ascoltano ammissioni del tipo “prendevamo cantonate…”. Il turpe fascismo nelle sue varie forme è condannato unanimemente da chiunque ragioni.

Ma l’anticomunismo (squalificato dall’uso propagandistico e millantatore fattone da certi politici nostrani di centrodestra) è ancora un tabù, un concetto da maneggiare con cautela, qualcosa che suscita sospetti quanto alla democraticità di chi lo propugna.

La crisi nel mercato, nel sistema capitalista, anch’esso pieno di indubbi difetti che dobbiamo emendare in una direzione di giustizia sociale, ha ridato voce, per carità legittime, a certe tendenze, a ragionamenti del tipo: “il vero comunismo ancora non si è realizzato in terra portando finalmente giustizia e democrazia diretta. Dobbiamo ancora riuscirci”. Possiamo non starci? Possiamo dire che ci basta un secolo di tragedie?

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