Il tratto della prosa del nuovo libro di Michele Brancale (“Il braccialetto di Toledo”, Giuliano Ladolfi Editore), fa pensare alla narrativa del “neorealismo italiano”

«Sotto il Ponte all’Indiano, nel tratto terminale che immette a Scandicci, non si capiva se era la campagna a resistere o se quel verde che si vedeva rappresentasse l’evidenza residuale di un passato se non glorioso, almeno dignitoso, con tanto di chiesetta in pietra.
Tra fili di ferro, rottami qua e là e spezzoni di lamiere, D’Amore, cronista e pennivendolo, aveva cercato asilo in una zolla verde, dove si era accovacciato a prendere appunti.
Era così diventato  uno dei punti semianimati che si  guardano in corsa da quel ponte omaggio fiorentino a Brooklyn, riuscito peraltro piuttosto benino […]»

Il tratto della prosa del nuovo libro di  Michele Brancale (“Il braccialetto di Toledo”, Giuliano Ladolfi Editore), come facilmente emerge dal passo sopraccitato, fa pensare alla narrativa del “neorealismo italiano”. Con un tratto quasi cristallino sulla pagina affiorano immagini di Scandicci, un’area che si trova alla periferia di Firenze.

Con uno stile cronachistico ed essenziale vengono registrati dettagli del paesaggio: il “Ponte all’Indiano”, il verde della campagna, ma anche “fili di ferro” e “spezzoni e di lamiere” e poi infine un personaggio, un cronista, un certo “D’Amore.

Il narratore prima di assumere il punto di vista dei personaggi della vicenda, è come se volesse dare voce alle cose ed agli oggetti. Il verde che si alterna a pezzi di lamiere rimanda alla crisi economica e sociale che ha investito Firenze e poi tutto il mondo Occidentale.

Poi il suo sguardo lascia le cose per fermarsi sulle persone; si ferma su Barnabei, il capo della mobile, ed assume il suo punto di vista. A quest’ultimo il cronista appare come un “piccione accovacciato a scrivere su una zolla d’erba” ed un ragazzo  un po’ suonato.

Brancale con una rapidissima successione di punti di vista, tipici della tecnica cinematografica, ci presenta il protagonista–eroe di questa bella storia. Egli fin dalle prime righe dispiega un filo rosso che ci aiuta a capire che D’Amore è alla ricerca di un qualcosa di non ben definito, che è animato da una tensione che fa di lui uno spettatore non inerte delle vicende della vita altrui.

Nelle pagine successive la narrazione procederà secondo il punto di vista di D’Amore e così poco a poco apprenderemo che egli è andato a sfrattare con il capo della mobile un certo Pasquale Gavazza, di 62 anni, che era stato licenziato dalla Sorenon e che aveva occupato  abusivamente un villino, senza però toccare nulla.

Mentre il capo della mobile nulla comprende della vicenda umana di Gavazza e si preoccupa solo di svolgere meccanicamente il suo lavoro, D’Amore invece  ne intuisce subito il dramma.

Egli è infatti un lavoratore ed un uomo onesto, che spinto dal disagio  e dalla disoccupazione si vede costretto a passare la notte in casa di ricchi signori («[…] Dottooore, mi licenziarono, avevo freddo, fame e non  sapevo dove andare. Stu villinu è vuoto. E accussì… rumpivi a finestra e trasivi… Sono qui da quinnici ghiorni e ho cercato quaccos’altro da lavorare. Se lo trovavo non ci stavo  qua… Non l’ho troovato […]» ).

Attraverso  le parole di Gavazza, di origine palermitana e che dal capo della mobile sarà rimandato alla sua terra di origine, emerge la condizione sociale di chi vive tutto il peso della crisi del nuovo Millennio.

In D’Amore dopo il dialogo con Gavazza si scatena un insopprimibile ansia di ricerca; su suo consiglio comincerà a cercare l’introvabile “Braccialetto di Toledo”, che lo spingerà a sondare aspetti dell’esistenza che fino a quel momento gli erano sfuggiti.

Il racconto si concluderà nel momento in cui egli chiederà ad un orafo di fabbricargliene due, uno per lui ed uno per Gavazza. Quest’ultimo ricevuto il dono gli scriverà una lettera per ringraziarlo e gli dirà di aver trovato un  nuovo lavoro:

«[…] Gentile dottore, le scrivo queste righe co mia sorella Nunzia, che mi trovò il lavoro. La ringrazio pu penziero ru bracciale, chiddu ri Toledo. Si nnaddunò? Quando occupavo a casa, taliai a televisione. Ficiro un documentario su Firenzi e ci viri ad Eleonora di Toledo, bella ed elegante. A trovarne una così ci vuole furtuna. Nei quadri che ficiri viriri alla televisione, manco in uno Eleonora ci aveva un bracciale. Quando vitti lei, il giorno che veniste a prendermi, ci volevo augurare fuirtuna e mi fissai cu’ bracciale. Me lo inventai. Lei ci aveva l’aria spierduta e la volevo mettere in movimento. Ce l’ha avuta fuirtuna? Da quello che mi ha mandato mi pare di sì. Pure io ho avuto fuirtuna, che mia sorella mi trovò lavoro e alloggio. Se viene da queste parti, l’aspetto. Con il dovuto rispetto. Pasquale Gavazza»

Il lettore attento comprende che tra le righe di questa bella favola di Michele Brancale, ambientata nel nostro tempo, si cela una raffinata allegoria della vita. Il braccialetto di Toledo simboleggia legami autentici e la necessità di riscoprire un’umanità più profonda in un mondo che vuole condannare l’uomo moderno alla solitudine ed alla spersonalizzazione.

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