Il social di Mark Zuckerberg è l’ennesimo caso di prodotto che divide l’utenza, mentre quello di Jack Dorsey, con numeri assolutamente inferiori, ha uno “zoccolo duro” molto più compatto nell’adorazione della sua piattaforma


Tranquilli, quel “noi” del titolo non vuole essere generico, riferito a qualsiasi utente dei due social network: sarebbe fazioso ed irrealistico pensarlo, visti i numeri che il prodotto di Mark Zuckerberg e quello di Jack Dorsey mettono a confronto.

Noi che amiamo Twitter e snobbiamo Facebook siamo i cosiddetti utenti smart, che navigano la Rete dagli anni Novanta o giù di lì, che ne hanno viste di cotte e di crude nel Web, che non si sorprendono più per nulla e che, diciamolo, deridono l’utilizzo ingenuo fatto dei social (e di Internet in generale) da parte degli utenti più “freschi”.

Siamo i radical-chic digitali, ma non si tratta soltanto di un’antipatia “a pelle”. Ho individuato fior di motivi per cui viene spontaneo preferire il social dell’uccellino a quello di Zuckerberg.

Perché snobbiamo Facebook

1. L’invidia sociale del non-merito

Mark Zuckerberg non si è inventato nulla, quando nel 2004 ha lanciato Facebook. I social network esistevano già, in particolare quelli dedicati alle reunion degli ex-compagni di classe, Zuckerberg ha avuto la fortuna di trovare un vincente punto d’incontro tra appetibilità e curiosità. Facebook non è un gran prodotto a livello di software ed architettura complessiva, è cresciuto esponenzialmente per anni affastellando componenti all’idea iniziale, senza un serio re-engineering della piattaforma.

L’impressione generale che Zuckerberg dà all’utente smart, è di aver avuto un colpo di fortuna, non di esserselo meritato. Qualcuno potrà chiamarla invidia sociale, ma nell’IT è già successo in passato (Internet Explorer) che il leader del mercato non proponesse il miglior prodotto. La gloria può essere effimera, non è detto che sia duratura, anche se hai più di un miliardo di utenti.

2. E’ un prodotto senza direzione

Sono anni che ci chiediamo dove andrà Facebook, come cambierà, evolverà, e così via. Un po’ perché è nella naturale evoluzione dei progetti (nell’informatica, soprattutto) quella di avere dei margini di cambiamento molto ampi; un po’ perché Facebook monetizza poco, per quanto è usato, e questo non piace molto agli investitori, soprattutto dopo la non fortunata entrata in Borsa.

La cruda verità è che sinora i cambiamenti di Facebook sono stati pressoché irrilevanti, a livello di user experience. L’utente medio continua a leggere gli status degli amici, cliccare “Mi piace” su contenuti e pagine, usare le applicazioni, e fondamentalmente farsi gli affari degli altri. Ci sono stati molti casi in cui un’annunciata novità prometteva di rivoluzionare il tutto, ma è sempre finita in un nulla di fatto:

Facebook Places: lo usano pochissimi, chi vuole geo-localizzarsi di solito si appoggia a Foursquare, molto più intuitivo
Timeline: una, due colonne. Quanto ha cambiato la nostra vita su Facebook?
Facebook Credits: la moneta di Facebook! Ok, ci comprate le vite sui giochi. E poi?
Facebook Actions: un efficace metodo per creare decine di notifiche spam ai danni degli utenti

3. L’amicizia che non ci piace

Nessun prodotto più di Facebook ha riscritto in maniera radicale regole, convenzioni e abitudini nei rapporti personali. Il tutto è scaturito dall’impegnativo termine utilizzato dal social per descrivere la relazione tra gli utenti: “amicizia”. Da quando abbiamo “amici” su Facebook è come se avessimo depotenziato l’amicizia ad un mero status symbol, una statistica priva di connotati personali. Poco importa se, con gli opportuni raffinamenti, la piattaforma ci da ora la possibilità di differenziare gli amici intimi (quelli che conosciamo e frequentiamo nella vita reale) dai semplici conoscenti: su Facebook il detto “amico di tutti, amico di nessuno” ha acquistato nuova linfa vitale.

Perché amiamo Twitter

1. L’immediatezza e la discrezione della sintesi

Su Twitter non si può divagare. Il limite è noto: 140 caratteri. La sintesi va trovata ad ogni costo, ed è un vincolo che aiuta ciascun utente a sgrassare i propri tweet limitandoli all’essenziale. E l’essenziale, di solito, è ciò che meritava di essere scritto.

2. La libertà di non seguire

La non reciprocità del legame sociale su Twitter è ambivalente, ma in generale è un fattore positivo, perché ci toglie dall’obbligo e dall’imbarazzo nel contraccambiare l’invito di connessione ricevuto. su Twitter si può essere seguiti ma non per questo bisogna seguire, anche se va detto che molti utenti si aspettano un follow back immediato, e in caso negativo tolgono il proprio follow.

3. Il livello medio degli utenti

Un utente attivo su Twitter (quindi non un uovo!) è solitamente una persona con una certa esperienza nel mondo del Web. Da lui potrete aspettarvi un comportamento consono alla netiquette, e dei contenuti degni di essere presi in considerazione. Nel caso non sia così, potete sempre defollowarlo, molto meno ipocrita che escluderlo dal proprio newsfeed come si è soliti fare su Facebook, quando cerchiamo di bonificare il nostro streaming.

[Fonte: fanpage]

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