Balthus, la scoperta dell’erotismo infantile tra rinascimento e contemporaneo

Non c’è una antologica che lo ricorda, ne eventi in questo periodo che giustificano come notizia i pensieri che mi accingo a mettere su carta riguardo a Balthus, ed è bene dirlo, pur non dovendo i miei pensieri, che appartengono a quella sfera magica che viene detta culturale, avere necessariamente uno stretto collegamento con gli accadimenti quotidiani, ma solo arrivare a stimolare altre idee, che magari servano per quell’arricchimento di sé, cui la conoscenza e il sapere ambiscono.

È solo che nel mio eterno girovagare tra immagini e parole che hanno a che vedere con l’arte, spesso mi imbatto nei concetti e nelle ricerche di qualcuno che è arrivato a sfiorare quel brandello di verità a cui si può accedere nei limiti dell’umano, che poi hanno degli accenti di universalità e di attualità che non ti aspetteresti. Uno di questi è sicuramente Balthasar Klossowski de Rola.

Contemporaneo e rinascimentale al contempo, riabilitato negli ultimi anni e inserito nel novero dei grandi, pur non avendo avuto prima grandi riconoscimenti.
Che sia figlio d’arte è una delle cose che mi colpisce perché non sempre i genitori sono ottimi maestri per i loro figli, e spesso anzi i genitori tendono a dissuadere i figli dal seguire le loro orme per tante ragioni, ma nel caso di Balthasar respirare le atmosfere, che per forza di cosa si venivano a creare, essendo artisti sia la madre, la Baladine, autrice di acquerelli, che il padre, Eric Klossowski, critico e pittore, non poteva che avere certe conseguenze . Giravano per casa gente come Cézanne, Matisse, e Mirò.

I fogli e le matite sicuramente non gli mancavano, e forse gli avranno detto di non toccarli, perché erano oggetti che servivano per il lavoro, e lui per tutta risposta trovò, di nascosto, ma questa è una supposizione del mio spirito di sceneggiatore, il modo di esprimere tutta la sua fantasia e la sua creatività, realizzando il suo primo libro illustrato.
Un’opera che era la storia del suo gatto chiamata Mitsou, in cui a soli dodici anni fece intendere chiaramente la grazia della sua mano. E di questo si accorse Rainer Maria Rilke, che da grande poeta gli scrisse anche una prefazione.

Un po’ come se mia madre invece di appallottolare i miei disegni sui cani e farne materiale per il camino, gli avesse fatto fare una prefazione da Piero Angela.
Un’altra cosa che mi affascina è il suo essere un completo autodidatta. Questo gli ha consentito di frequentare una strada unica e personale caratterizzando così la sua ricerca, rimanendo fuori dal sistema dei tempi, sfiorando quasi l’ascetismo orientale. Scelse a livello istintivo i migliori maestri per sé, andando a scavare tra il materiale dei classici, con i quali sentiva più empatia.

Tra questi pare avessero un ruolo importante due classici italiani, cioè Masaccio e Piero della Francesca. Ecco perché rinascimentale, perché era a livello emotivo legato a queste emblematiche figure, di cui traduce nel moderno il rigore geometrico e la pulizia interiore. Ma veniamo alla sua modernità e alla sua contemporaneità. Se oggi fosse ancora tra noi, molto probabilmente sarebbe accusato di pedofilia.
Anche Flavio Caroli, che alle figure del rinascimento da cui traeva con sagacia la sua idea di qualità della pittura aggiunge Paolo Uccello, mi diceva, negli anni in cui ha illuminato l’università di Salerno, che effettivamente alla domanda sulla sua pedofilia, dal punto di vista strettamente artistico, non si poteva che rispondere sì.

Si tratta di una pedofilia meticolosa e puntuale, precisa e pertinente ma discreta. Non sfiora mai neppure da lontano la pornografia, pur indagando su declivi genitali di cui con pudore artistico nasconde la pura carnalità.
Ricorda questa precisione il suo amore per Piero Della Francesca di cui copiò nel viaggio Aretino i paesaggi con l’acquerello, ma anche la nitidezza della luce olandese e la chiarezza delle foto di Mapplethorpe.

In tutte le sue opere trionfa l’amore per lo sbocciare della sessualità nel corpo delle adolescenti e sembra partire dalla levità greca del termine pedofilia, per finire nella gravità dell’accezione moderna, di cui però nasconde il peso in una piccola sfuocatura metafisica, sfumata d’altra parte con alcuni piccoli oggetti della fiaba, un gatto, un libro o uno specchio.

E’ indiscutibile la presenza della sensualità e dell’erotismo, ma il tempo sembra sempre assente e qui in questo senza tempo perde energia la carica erotica e tutto si ferma un attimo prima dell’irruzione della potenza cui lo sfioramento di certe parti intime tende.

Aggiungerei soltanto che più di un pedofilo si tratterebbe di un ninfofilo o di uno affetto dalla “sindrome di Lolita”, a giudicare dall’età delle sue modelle e delle sue costruzioni fantastiche, con le quali lascia da vero contemporaneo la porta spalancata alla sessualità, che ancora oggi da tanti viene guardata con imbarazzo.

Un testimone, nudo a sua volta, dell’imperiosa forza della nudità.

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