Operazione della direzione investigativa antimafia di Catania. Scoperta un’organizzazione che influenzava le prove di ammissione alla facoltà a numero chiuso e agli esami universitari. Indagini anche a Brescia

MESSINA – L’Università di Messina ancora sotto il condizionamento della ‘ndrangheta. Ritorna l’ombra del “verminaio”. Questa mattina tra Messina e Brescia sono stati eseguiti quattro arresti, di cui due in carcere e due agli arresti domiciliari, e due obblighi di dimora per il reato di associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso finalizzata alla corruzione, al traffico illecito di influenze, al millantato credito, al voto di scambio e altri delitti contro la pubblica amministrazione. Gli arrestati sono il docente della facoltà di Economia Marcello Caratozzolo e dell’ex consigliere provinciale Santo Galati Rando, (entrambi posti ai domiciliari) e Domenico Montagnese, in passato coinvolto nell’inchiesta sull’omicidio del professore universitario Matteo Bottari, e Salvatore D’Arrigo (in carcere).

L’inchiesta è coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Messina che ipotizza, a vario titolo, i reati di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso e associazione per delinquere finalizzata al voto di scambio, all’usura e al millantato credito.

Le indagini sono cominciate nel luglio 2012 e hanno consentito di individuare un’organizzazione criminale all’ombra della ‘ndrangheta. Attraverso intercettazioni telefoniche, ambientali, e pedinamenti, appostamenti e riprese filmate, la Dia ha documentato in diretta incontri e pagamenti.

L’organizzazione criminale che agiva col metodo mafioso, spiegano gli investigatori, ha anche effettuato tentativi di estorsione a orafi residenti al Nord Italia, e faceva prestiti usurai a tassi mensili del 50% dell’importo del prestito concesso.

L’organizzazione criminale, dice la Dia, “tesseva efficaci relazioni e rapporti d’affari con i docenti nonché con personale amministrativo, con lo scopo di influenzare, dietro pagamento di somme di danaro, l’andamento di esami universitari per interferire sullo svolgimento delle prove preselettive di accesso a Facoltà a numero chiuso, per far conseguire l’abilitazione alle libere professioni, senza che sia mai stata persa di vista e manifestata, con prepotente arroganza, l’origine calabrese dell’indagato Montagnese che ha imposto i propri metodi di intimidazione ed influenza per consentire alla clientela ‘protetta’ richiedente il favore di cui di volta in volta aveva bisogno in cambio di denaro”.

Quella di stamattina si annuncia solo come la prima tranche di una più ampia inchiesta sull’Università peloritana. “L’indagine non coinvolge solo gli arrestati di oggi c’è un secondo filone che riguarda “tutte le facoltà dell’ateneo Peloritano”. Lo ha detto Angelo Bellomo a capo della Dia di Catania stamani a Messina durante la conferenza stampa sull’inchiesta sugli “esami facili” nell’ateneo peloritano. “Non possiamo dare numeri – prosegue Bellomi – ma sarebbero coinvolti molti docenti.

Il ruolo di promotore e organizzatore delle attività connesse alla cosca era Montagnese che era in contatto con il clan Fabrizia nel Vibonese. Il clan utilizzava questo collegamento per condizionale con metodo mafioso gli esami e l’inserimento soprattutto alla facoltà di Medicina di studenti calabresi”.

“L’indagine del centro operativo di Catania – prosegue – è iniziata nel 2012 prima dei test di ammissione all’università di diverse facoltà, dalle indagini fin da subito si è avuta la conferma dei sospetti che nell’ambiente universitario di Messina, ancora una volta, gli esami erano condizionati da fattori e soggetti esterni. Da una lato il metodo mafioso che si realizzava attraverso la figura di Montagnese, già indagato in Panta Rei, dall’altro un metodo “politico” che ha fatto riferimento alla figura di Caratozzolo. L’indagine “Campus” è uno spaccato trasversale di interferenze che hanno interessato l’università ma che si sono allargate”.

Le intercettazioni. “Se tu ti vuoi prendere gli esami senza fare un cazzo.. e.. senza problemi, allora bisogna andare praticamente a minacciare… non c’è niente da fare è così… è questo il sistema… quello si caca di sotto è tutto la il discorso… bisogna andare a minacciare… bisogna andare a minacciare e saperlo fare…perché se no, sei fottuto”. E’ uno dei dialoghi intercettati della Dia di Antonio Montagnese arrestato nell’operazione “Campus” a Messina.

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