Reduce da un recente viaggio a Taormina, dove ho avuto modo di intervistare diverse personalità di cultura locale ma di una certa rilevanza nazionale, mi ritorna in mente un’espressione molto forte con cui uno dei miei interlocutori ha voluto suggellare la conversazione, una volta conclusa e a microfono spento.

Con aria accorata e guardandomi negli occhi egli ha affermato senza mezzi termini: “Possiamo dire quel che vogliamo ma ormai è certo che la Sicilia è persa”. Nell’ambito di ciò che ci stavamo dicendo, l’affermazione appariva una semplice ed efficace sintesi della discussione politica, sociale e culturale che avevamo appena affrontato insieme.

Così non mi apparve necessario chiedergli perché mai un siciliano doc, uomo di cultura con esperienze politiche alle spalle e illustre accademico universitario, si lasciasse andare ad una constatazione così rassegnata, senza che la profonda conoscenza da lui acquisita gli consentisse un filo di speranza o un prospettiva d’uscita.

Commentai la sua frase dicendogli: “Non ho difficoltà a crederle, ma probabilmente ciò che lei dice sulla Sicilia possiamo estenderlo a tutta la nostra nazione. E’ l’Italia che ormai è persa”.

Ho voluto ammorbidire così la sua posizione estremista nei confronti della perla del Mediterraneo, associandola ad una dinamica di decadenza generale, un modo di cercare consolazione seguendo il motto “mal comune mezzo gaudio”.

Ciò nonostante, ora che ho lasciato questa terra stupenda e sono rientrato in continente, quella frase: “Ormai la Sicilia è persa”, continua a risuonarmi insistentemente dentro. E non trovo alcuna consolazione nel considerarla come un caso particolare della realtà globale, per lo stesso motivo per cui dire che in guerra vengono uccisi migliaia di esseri umani fa meno effetto che dire: “hanno ucciso, che so, don Pasquale Zenobio, cioè quell’uomo preciso, con quelle caratteristiche definite, che conoscevamo e amavamo da tanti anni.

La Sicilia, quella terra ricca e feconda che fu il granaio dell’impero romano, quell’isola piena di storia che ospitò l’incontro tra il nord e il sud del mondo, quelle suggestioni di un paesaggio umano, il siciliano, che ha nutrito il variegato ed infinito immaginario raccolto in letteratura e nel cinema.

Insomma, un conto è dire che tutto il mondo sta andando alla malora, un altro è dire che proprio la Sicilia è persa.

Rimane irrisolta in me la curiosità di voler conoscere quali fossero le implicazioni che il mio interlocutore intendeva dopo una così grave conclusione. Tuttavia, se ora, a distanza di qualche giorno, gli telefonassi e gli chiedessi: “Scusi, ma lei cosa intendeva dire esattamente con quell’espressione?” probabilmente mi risponderebbe: “Ma no, era così per dire, forse ho esagerato; forse non è così”.

Eppure credo si trattasse di una visione dettata da un flash illuminato, da un’intuizione immediata nata dalla nostra estemporanea conversazione, il frutto veritiero e conseguente della constatazione che facciamo del malgoverno diffuso, della corruzione di qualsiasi etica nella gestione degli affari pubblici e privati, della perdita del controllo del bene comune nelle amministrazioni locali, dell’accanimento della stato contro l’onestà, di cui parlava Battiato recentemente durante il Taormina Film Fest.

Il fatto che ormai gran parte delle iniziative economiche intraprese sul territorio della Sicilia serva a drenare denaro che non rimane a disposizione degli abitanti locali, ma prende la strada estera, a favore di anonime società di servizi che giocano nel mercato finanziario globale.

La sensazione diffusa che ormai si stia giocando all’insegna di una partita scorretta, in cui l’atteggiamento imperante è quello di chi riesce ad arraffare il più possibile, visto che siamo oltre i tempi supplementari e può essere suonata la fine del gioco da un momento all’altro.

Tutto questo conduce facilmente a credere che ormai non c’è più nulla da fare. Siamo al “si salvi chi può”, anche a danno di chi mi è vicino. Il tempo è limitatissimo, la quantità di soldi in giro sempre più scarsa, è ovvio che chi si trova in tale trip dei soldi si agita a più non posso per accaparrarne il più possibile nei modi più fantasiosi.

Un discorso, questo, buono per l’Italia e per il resto del mondo, siamo d’accordo, ma la Sicilia? Cos’è che si è perso veramente in Sicilia. Ma è sempre più evidente! Si è perso ciò che c’èra di più individuale e soggettivo della Sicilia, lo spirito, l’anima siciliana.

Qualcuno direbbe che l’anima della Sicilia si è venduta al diavolo e dal momento in cui questo è accaduto è diventata la sua schiava fedele, al servizio di un’impresa che ha ben poco di umano e molto più di mostruoso.

Eppure se andiamo al di là della politica, della sociologia e dell’economia, ci accorgiamo che l’ansia e il malessere è nutrito proprio da coloro che gestiscono e forniscono i simboli e il linguaggio della politica, dell’economia e le loro sociologie basate sulle statistiche.

Loro vogliono che affoghiamo nella crisi e ne traggono i personali vantaggi. La strategia è quella di oscurare qualsiasi soluzione che superi la logica della scarsità ed entri in una percezione olistica, di abbondanza, condivisione e interconnessione del tutto.

In una dimensione più umana, più quotidiana, al livello del singolo individuo che si scopre da solo in mezzo ad un mondo che non lo rappresenta più, forse è possibile aprirsi altre strade e cercare innanzitutto dentro se stessi, senza identificarsi più nell’essere un siciliano, un italiano, un cattolico o un islamico, di destra o sinistra.

In questa difficile transizione dell’evoluzione umana, in cui i segni della decadenza sono sempre più evidenti, forse vedersi semplicemente come un essere umano incarnato sulla terra, un umano terrestre che vede il proprio luogo di nascita non più come un assoluto, ma come parte integrante della Terra stessa, del pianeta che ci ospita.

In questo momento di svolta, se riuscissimo ad elaborare in senso positivo la il crollo dei valori, dei costumi e delle speranze, soprattutto le nuove generazioni che soffrono della mancanza di futuro; se riuscissimo a raggiungere la consapevolezza del qui e ora, che partecipa di una coscienza che ci supera e che va oltre l’io, per scoprirsi parte integrante dell’umanità, in un Io Sono totale.

Se guardiamo intorno a noi, nello spazio vitale di ogni giorno, e osserviamo in maniera più distaccata la frenesia che nasce quando il terreno sta crollando sotto i nostri piedi; se riuscissimo a tenere sotto controllo la paura per guardare oltre.

L’unico modo che avremmo di ritrovare un terreno solido è di andare oltre la propria e altrui individualità. Nella fattispecie l’individualità siciliana, ma ognuno nel mondo di oggi ha la sua origine con cui fare i conti, allo scopo di comprenderla, accettarla e superarla.

Si tratta di una grande sfida. Tentare di eluderla con il pensiero del suicidio è pura illusione, sebbene la strategia di sopravvivenza per ognuno di noi sia assolutamente libera e personale, purché sia indirizzata verso il desiderio di svegliarsi e fare il salto verso un nuovo modo di vivere la vita e la propria esistenza.

Non è un discorso a favore della globalizzazione, ovviamente, per lo meno non di questa globalizzazione irrigimentata e piramidale. Ma voglio credere sia una fase di transizione questa in cui stiamo prendendo coscienza dell’idea della globalità, dell’intero. Nel vuoto di potere che si crea con il crollo dei confini regionali, nazionali, continentali, è naturale che lo spazio venga occupato dai più decisi, da chi non ha remore morali.

Inoltre per chi al vertice conduce i giochi è molto più comoda una situazione di caos e destabilizzazione, affinché apporti le modifiche necessarie al sistema secondo la prospettiva dell’irrigimentazione. Dal canto nostro ci auguriamo che, in quanto transizione, questo periodo passi il più velocemente possibile, sebbene dobbiamo constatare che i tempi risolutivi non potranno essere altro che generazionali.

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