Molti contrappongono il diritto al lavoro dei concittadini con quello degli immigrati. Si tratta di un abbaglio, perché il lavoro è un diritto universale e una ricchezza dell’umanità, non un regalo limitato e selettivo che i capitalisti concedono a pochi sfruttati, per loro profitto.

Prescindendo dai razzisti e dagli sprovveduti, troppe persone in buona fede contrappongono il diritto al lavoro dei loro concittadini a quello degli immigrati. In realtà il fenomeno è più generale, perché si contrappongono diversi diritti vitali e sociali, come l’abitazione, la sanità, l’istruzione, ecc.

Questa concezione, del tutto ingiusta e disumana, è anche erronea, perché nasce da un falso problema indotto dal capitalismo. In realtà il lavoro umano, materiale o immateriale, è un diritto universale e una ricchezza per tutti: quindi deve essere esteso e concesso a tutte le persone residenti.

La nostra Costituzione lo dice chiaramente, ma la realtà è molto diversa perché i capitalisti hanno sia la proprietà della moneta che quella dei mezzi di produzione. Il loro interesse primario è duplice: avere una grossa massa di disoccupati in modo da sfruttare chi lavora, sia esso immigrato o non, per realizzare il massimo profitto; realizzare una restrizione monetaria forte, in modo da lasciare inoperosi e senza reddito le loro vittime.

Inoltre il capitalismo finanziario punta alla rendita improduttiva mirata (interessi), non ad investimenti che producono lavoro e produzione. Uno Stato che detenesse la proprietà della moneta e non fosse succube del capitalismo, avrebbe tutto l’interesse a realizzare la piena occupazione, in modo da stimolare consumi e garantire i diritti sociali e lavorativi di tutti i residenti.

E’ quello che fanno gli Stati socialisti, ma non quelli capitalisti, anche quando hanno la sovranità monetaria, come USA, Giappone e Gran Bretagna.

Affinché un bene comune e primario – come il lavoro, la comunicazione, l’acqua, la moneta, l’energia – sia vendibile come merce aggiotata da chi lo possiede, è necessario che esso sia privatizzato e reso insufficiente per i bisogni delle persone. E’ la logica della scarsità imposta su beni vitali che produce dipendenza, ricattabilità, bisogno.

Il lavoro è appunto uno di questi beni vitali che produce sempre ricchezza. Se liberato dalla proprietà privata della moneta e dei mezzi di produzione e finanziari (profitto e rendita ), può essere svolto da tutti e remunerato con giustizia, con grande beneficio della intera società che vede aumentare produzione e consumi (es. la Cina).

La privatizzazione della moneta (banche), dell’acqua, della comunicazione, dell’energia risponde alla stessa logica capitalista, che lo Stato asservito asseconda e protegge. Il blocco dello sviluppo della free energy, ad esempio, risponde alle stesse logiche di mercato. Si tratta in sostanza di una eversione oligarchica dei diritti e dell’impianto costituzionale. Su questa base, non ha alcun senso contrapporre il lavoro o i diritti degli immigrati a quelli dei cittadini italiani. Lo sfruttamento degli immigrati – come salariati senza diritti e di basso costo – prelude a quello dei cittadini italiani che perdono diritti e potere d’acquisto.

Sono i padroni che privilegiano il lavoro degli immigrati, per motivi economici (profitto) e politici (ricattabilità, assenza di garanzie e diritti, bisogni vitali elementari). Se gli immigrati avessero gli stessi diritti e salari degli italiani, come sarebbe giusto e razionale, i “datori di lavoro” non avrebbero alcun vantaggio nell’utilizzarli. In definitiva, il problema costituzionale è quello del diritto al lavoro per tutti, con la disoccupazione ridotta a livelli marginali. E’ questa la rivendicazione da avanzare nell’interesse di tutti, rifiutando l’inganno della guerra tra poveri o della contrapposizione etnica, vantaggiose solo per gli sfruttatori.

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