Le forze armate egiziane hanno dato 48 ore di tempo alle forze politiche per arrivare ad una soluzione della crisi altrimenti interverranno con una road map controllata “direttamente”


Come era stato prospettato fin dall’inizio delle nuove manifestazioni contro il governo guidato dal Presidente Mohammed Morsi, l’esercito egiziano è intervenuto oggi lanciando il suo ultimatum alle forze politiche. Se entro 48 ore tutte le forze politiche non si siederanno ad un tavolo per iniziare una trattativa e rispondere alla richieste del popolo le forze armate del Paese interverranno direttamente nella crisi imponendo una loro strategia. Nel caso in cui i partiti non riescano a trovare un strategia di uscita dalla crisi che sta attraversando l’Egitto i militari saranno obbligati a presentare una road map la cui applicazione sarà controllata “direttamente”, si legge nel comunicato dell’esercito diffuso al termine di una riunione d’urgenza del consiglio supremo militare egiziano presieduto dal ministro della Difesa e comandate delle forze armate Abdel Fattah el Sissi.

All’annuncio delle forze armate, letto alla tv di stato egiziana, da Piazza Tahrir presidiata da migliaia di manifestanti si è alzato un boato di apprezzamento mentre la gente ha iniziato a gridare “Il popolo vuole la caduta del regime”. Domani scade anche l’ultimatum delle opposizioni che chiedono le dimissioni di Morsi ma il Presidente ha più volte ribadito che non ha intenzione di lasciare. Dopo le manifestazioni di piazza e le dimissioni dei quattro ministri il nuovo ultimatum rende la situazione di Morsi sempre più in bilico. Anche il presidente americano Barack Obama oggi si è detto molto preoccupato per quanto sta accadendo in Egitto, e ha affermato che gli Stati Uniti seguono da vicino la situazione.

I manifestanti, che hanno letteralmente invaso le strade della metropoli, oltre al suffragio universale, alle dimissioni per il governo Leung chiedevano a gran voce e con striscioni la liberazione del premio Nobel per la Pace Liu Xiaobo, che attualmente si trova detenuto in Cina con l’accusa di sovversione. La forte disparità che si sta creando tra ricchi e poveri sta aumentando il malcontento tra i cittadini di Hong Kong. Tra gli striscioni e le bandiere che accompagnavano i manifestanti, sono comparse anche le bandiere utilizzate prima del 1997, quando cioè la città era una colonia britannica. Dal passaggio alla Cina Hong Kong serve due sistemi, quello che già governava la città da colonia e il governo cinese che ha concesso alla metropoli una discreta autonomia nella gestione dei sistemi economici e sociali che già esistevano per i 50 anni successivi alla cessione della colonia alla Cina.

[Fonte: fanpage]

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