Intervista ad Alessandro Caiuli, esperto cinematografico con esperienza pluridecennale a Cinecittà, con circa 150 film alle spalle e tanti progetti in cantiere

Guardandolo da lontano ti fa pensare a Indiana Jones, e non solo per il cappello bianco che indossa. Come Indiana Jones ha girato il mondo e colleziona cappelli, ma preferisce stare dietro la macchina da presa. Si chiama Alessandro Caiuli, è romano e di professione fa il capotecnico e direttore della fotografia. E’ un esperto cinematografico con esperienza pluridecennale a Cinecittà, con circa 150 film alle spalle tra cui: “I vicerè”, “L’ultimo imperatore”, “Il piccolo Bhudda”, “The passion” e anche fiction tra cui “Il capo dei capi”. E tra una risata e un detto romano si racconta in questa intervista.

Che film stai girando?

Sto girando in Sicilia due film: uno ad Enna ed uno a Nicosia. Quest’ultimo si intitola “San Felice da Nicosia”. Ed è la storia di questo santo. Il film di Enna è invece “Le madri della terra dal cristianesimo al paganesimo”.

Tratti spesso tematiche importanti. Perché questa scelta?

Esattamente. Io sono del parere che fare film che poi non entrano nel circuito non serve a niente. Sono solo soldi spesi. Invece fare film interessanti, che raccontano anche la storia del territorio siciliano – che tra l’altro è anche molto bello – è cosa ben diversa. Io ho fatto diversi film in Sicilia, almeno una quarantina. Considera che ho iniziato con “Il prefetto di ferro” con Giuliano Gemma, film girato a Gangi; a questo è seguito “Rosso Malpelo”, “I Vicerè”, ho fatto la fiction “Il capo dei capi” i “Malavoglia”, poi ho lavorato con Cipri e Maresco, con Roberta Torre, ho fatto anche “Tano da morire”.

Come hai iniziato a fare questo mestiere?

Io sono un tecnico, curo la parte tecnica. Mi sono dato alla regia solo negli ultimi anni per aiutare i giovani siciliani. Sono capotecnico e direttore della fotografia. Ho cominciato come aiuto elettricista dei film. Il mio primo film è stato “Il ragazzo dal kimono d’oro”, degli anni ’70. Ho 43 anni di esperienza alle spalle. Ho fatto “L’ultimo imperatore”, “Il piccolo Buddha”, “C’era una volta in America” con Sergio Leone, ho fatto “Giù la testa”, “Il buono il brutto e il cattivo”; “Le fate ignoranti” con Ferzan Ozpetek. Gli ultimi due film importanti sono stati: “Il gladiatore”  e “The passion” di Mel Gibson.

Com’è lavorare con Mel Gibson?

Meraviglioso. Pensa che lui ha imparato a parlare in italiano perché la prima cosa che faceva era salutare la troupe in italiano.  Lui veniva a Cinecittà, entrava e andava prima dalla troupe a salutare tutti. Allo stesso modo faceva Philippe Leroy quando giravamo Sandokan. Parliamo di molti anni fa. Lui veniva prima a salutare la troupe. Ultimamente l’ho incontrato sul set del film “Ghiria” che non è ancora uscito. Gli ho detto “Maestro, ma lei ha sempre l’abitudine di salutare prima la troupe?” e lui mi ha risposto “Ricordati Sandro che la troupe è quella che mi fa lavorare”. Credo che avere la possibilità di sviluppare il territorio sia importante. Tanto è vero che sto tentando di rimettere in funzione un film western perché le zone siciliane sono bellissime. Ad esempio una bellissima location per girare i western sarebbe il territorio nella zona di Pasquasia. Immagina che noi italiani i film western li andiamo a girare in Spagna. Uno dei pochi film western italiano girato in Italia è stato “I due mafiosi nel far west” con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Quindi ritornare ai valori di vecchi attori che rimettono in funzione il cinema italiano è fondamentale.

Di cosa si va alla ricerca nel tuo mestiere?

Guarda io le troupe me le creo perché amo insegnare questo mestiere ai giovani siciliani e sono contento perché ho degli ottimi risultati perché i talenti ci sono. E poi cerco anche di invogliare i ragazzi a fare regia. Devi raccontare il territorio siciliano che nessuno conosce bene. Immagina che io conosco la Sicilia meglio di un siciliano. Ho girato in Sicilia il film “Il regista di matrimoni” di Marco Bellocchio nella zona di Santa Maria del Bosco, che in pochi conoscono e che è a 25 km da Corleone. Quando parlo di questo posto mi chiedono tutti dove si trovi e mi trovo a rispondere che è vicino a Corleone. La realtà è che ci sono tante opportunità ma, purtroppo, le sfruttano più le persone che vengono da fuori. Ed è un peccato perché invece dovrebbe essere l’industria siciliana a farlo.

Il film a cui sei più legato?

La mia esperienza più bella è stata “L’ultimo imperatore” perché siamo stati circa quattordici mesi in Cina. Eravamo una grandissima troupe. Effetti speciali meravigliosi che non sono quelli che vedi oggi che invece sono fatti tutti in elettronica. Prima si creavano realmente. Oggi con i sistemi elettronici, si fa un po’ tutto, ma non è la stessa cosa. Noi siamo degli artigiani del cinema.

Perché sei così legato alla città di Enna?

Il medio metraggio “Il viaggio della vita” l’ho girato a Gela; il secondo “Ricordi” l’abbiamo girato nella zona di Piazza Armerina, Valguarnera e Leonforte, provincia di Enna. Tendo a sviluppare molto la provincia di Enna perché essendo centrale, permette sia da Palermo che da Catania e da Siracusa di poter accedere al centro della Sicilia.

Guardandola mi ricorda molto Indiana Jones. C’è qualche somiglianza?

Io sono un po’ all’Indiana Jones (sorride). Infatti quando ho girato il film “Un piccolo grande uomo” con Dustin Hoffman sono stato sei mesi nelle riserve navali nel Connetigan e li ho preso un po’ l’impronta di Indiana Jones.

C’è un film che avrebbe voluto girare?

Ma guarda, dopo l’esperienza di circa 150 film, devo dire che ho toccato un po’ tutti i settori. Ho fatto anche film horror con Dario Argento quali: “Demoni”, “Demoni II”,” Profondo Rosso” e “Il fantasma dell’opera”, girato in Ungheria. Quindi posso dire che non sento il bisogno di avere una specificità nel settore cinematografico perché le ho sperimentate un po’ tutte e mi piace proprio tramandare agli altri questa cosa.

Quindi non le manca niente in questo momento?

No, no. Forse mi piacerebbe riandare nel Polo nord perché ho visto il passaggio tra il giorno e la notte che dura sei mesi e ho dormito in un iglò, quindi immaginati a dormire sotto al ghiaccio in canottiera perché c’è troppo caldo. Ed è un’esperienza bellissima. Poi vedere l’aurora boreale, non sentire alcun rumore né vedere civiltà perché non c’è nulla. Lì si vive veramente allo stato brado. Ed è una cosa bellissima.

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