Analisi del fenomeno di costume attraverso la storia di un piccolo grande artigiano

La vita di un uomo può attraversare varie fasi e brillare di tanti colori, ma le sfumature dei colori della vita di Alfonso Pepe, maestro dell’arte presepiale, hanno assunto dei toni che ricordano proprio le storie legate al presepe e alla magica teatralità dell’umano. Pagani, la città dove nasce nasconde già nel nome una ricchezza di storie e di storia che la accomuna a tante cittadine italiane. Pagano era il nome della nobile famiglia che lo fece chiamare “casale de li Pagani”, ma qui di pagano in realtà non rimane che la cultura apotropaica e le credenze della superstizione, che poi è sempre qualcosa di soprannaturale, visto che Cicerone per primo usò il termine per indicare chi pavido e insicuro chiedeva sempre aiuto agli dei.

Pagani città di Santi, artisti e mercanti, è ricca di chiese e di tante associazioni culturali e la cultura religiosa oltre ad ospitare l’urna di S. Alfonso Maria Dei Liquori, patrono della città, culmina nella famosa festa delle galline. Ma anche di commercianti, che per lungo tempo nei secoli scorsi sono stati detti “pezzari”. Il termine dialettale viene usato ancora oggi in senso dispregiativo, specialmente nel gergo delle tifoserie, per dire morto di fame, ma in realtà nasconde la fiorente attività degli straccivendoli o di quelli che vendono abiti usati, e anche il nobile mestiere di venditore di stoffe. Attraverso questo canale Alfonso Pepe viene a trovarsi a contatto con il mondo della moda e grazie alle doti regalategli da madre natura viene notato da chi lavora nel settore e diventa un modello e fotomodello. Negli anni in cui lavora sulle passerelle nel mondo della moda, sogno di gran parte dei giovani di oggi, però accade uno dei miracoli da presepe, perché il giovane che lavora già come una piccola star, comincia sentire il vuoto di quel mondo. Un vuoto che si trasforma nella mancanza di un senso della vita pieno, al punto da spingerlo ad abbandonare le luci delle passerelle e a cercare una idea di vita che desse un senso al suo fare, ma soprattutto a cercare quella che oggi dipinge come la sua passione.
Lavora in una piccola bottega nel cuore di Pagani, ed è lì che vado a trovarlo per farmi raccontare un po’ meglio questa storia.

Alfonso, quando è nata questa passione per il presepe?

È nata da bambino, infatti a casa ero sempre io ad allestire il presepe fin da piccolo, e trasportavo questa mia voglia di fare anche a scuola. Già alle scuole medie chiedevo al preside di farmelo realizzare, ed un anno riuscii a coinvolgere tutto l’istituto organizzando un concorso di allestimento presepiale tra tutte le classi. E fu un vero successo. A scuola non ero una cima, ma mi perdonavano tutto per questa passione. In terza media infatti ne portai uno con me e chiesi di sostenere l’esame proprio sul presepe.

So che eri entrato nel mondo della moda, come è avvenuto poi questo passaggio dalle luci delle passerelle alle luci del presepe?

Sai, non posso parlarti di nulla di particolare, non c’è stato un episodio preciso. È come se piano piano si fosse manifestata al mio interno una luce diversa, che mi raccontava che la vita non era solo guadagnare i soldi in quella maniera diciamo effimera, ma era anche la ricerca della passione. Poi accadono delle cose, delle vicende nella vita di ognuno e magicamente ci si ritrova più vicini a se stessi. In ogni caso si vive meglio quando si fa qualcosa che ci piace.

Un po’ come diceva Confucio?

Questo non lo so. Non sono una persona acculturata, anzi anche la mia abilità artigianale è una dote innata, non ho fatto nessuna scuola tecnica, o artistica, ma deriva dalla pratica e da una sensibilità che anche altri hanno trovato nelle cose che faccio. Vittorio Sgarbi per esempio, che ho avuto il piacere di conoscere a Nocera Inferiore e che poi ho rivisto a Milano, al Bit del 2010, mi ha definito una delle eccellenze presepiali italiana.

Che valore dai al presepe, oltre il grande valore artigianale, che ora ti dà da vivere.

A parte il valore artigianale, che mi ha dato la possibilità di consegnare alcune delle mie opere a grandi personalità come il presidente Giorgio Napolitano, al Papa, Benedetto XVI, a Schifani, Fini, ed altri, al presepe attribuisco un grande valore che non ha nulla a che vedere con quello spirito per cui a Napoli nel settecento si scatenò una vera e propria competizione fra famiglie su chi possedeva il presepe più bello e sfarzoso. Il presepe non è dei nobili, ma appartiene a tutti, ed infatti la cosa che più amo è vendere le mie opere alle cosiddette persone comuni. Mi piace del presepe il valore simbolico di rottura e sospensione del tempo, e di rinascita. La vita e la morte che si intrecciano attraverso la visione immobile, come in un quadro, del miracolo che racconta la nostra confessione religiosa. E soprattutto amo la grande complessità di simboli che vi sono all’interno.

Esistono molte forme presepiali ad esempio quella napoletana, quella genovese, quella bolognese, hai scelto quella napoletana per una vicinanza territoriale o perché ti sembra il più bello in assoluto?

Al di là del fatto che è quello che conosco da sempre, il presepe napoletano del settecento è una vera e propria forma d’arte. Ci sono all’interno tutte le capacità artigianali dell’uomo, ma anche la scultura e la pittura.

Lo sai che il primo presepe lo fece S. Francesco ?

Questo lo sanno anche i bambini!

E lo sai che Pietro da Bernardone, il padre di S. Francesco, era un mercante di stoffe. Era anche lui un “pezzaro”, come si sarebbe detto a Pagani. Credi che il cambiamento della propria vita debba avere in qualche maniera una origine divina?

Il paragone mi riempie di gioia, ma è esagerato senza dubbio. Io sono solo un umile artigiano con l’aspirazione a migliorarmi e a raggiungere le zone dell’arte. Sperando che le mie opere riempiano sempre di gioia il cuore degli altri.

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