Cento giornalisti dell’Associated Press spiati dal Dipartimento di Giustizia americano. Venti telefoni sotto controllo, ma le cause sono sconosciute


Il Ceo dell’agenzia AP, Gary Pruitt, indignato, dichiara: «Non ci possono essere giustificazioni per una così ampia raccolta di comunicazioni telefoniche dell’AP e dei suoi giornalisti». Mentre il procuratore generale Eric Holder, stupito e ignaro di questa mossa governativa, nega ogni accusa mossa nei loro confronti e declina ogni eventuale responsabilità sul suo vice James Cole.

L’antefatto? Cento giornalisti dell’Associated Press, una delle maggiori agenzie di stampa internazionale al mondo, tra New York e Hartford Washington, sono “sorvegliati speciali” dal Dipartimento di Giustizia americano. Venti sarebbe il numero dei telefoni sotto controllo ma ancora ignote sono le cause che hanno spinto il Dipartimento di Giustizia a intercettare e registrare per due mesi le telefonate e le conversazioni in entrata e in uscita.
L’Ap, di contro, fa notare che il 7 maggio 2012 era già stata aperta un’indagine nei suoi confronti da parte del Dipartimento in merito a un servizio su un complotto terroristico che avrebbe potuto consumarsi su un aereo di linea nella tratta Yemen- Usa.
L’inchiesta in questione  riguardava  l’operato della Cia in Yemen, che ha permesso di sventare un attentato di al-Qaeda contro un aereo di linea diretto negli Stati Uniti, informazioni sui cyber-attacchi a installazioni nucleari iraniane e sulle procedure dell’amministrazione per eliminare presunti terroristi all’estero corredate  dalla cosiddetta “kill-list”, e sul raid contro Osama Bin Laden. Alcuni giornalisti coinvolti in questo servizio potrebbero essere stati intercettati – si tratta di cinque giornalisti e un editore.

Il Presidente del Comitato Nazionale Repubblicano all’opposizione, Reince Priebus, muove gravi accuse di violazione della libertà di stampa e la costituzione ne chiede la testa. A sua volta, Cole, ribadisce a sua difesa che le indagini sulle comunicazioni telefoniche della Ap sono state “limitate” e non mirate a controllare il contenuto delle chiamate, ma respingendo al mittente la richiesta della testata giornalistica di avere indietro quei tabulati.
Molteplici sono state le accuse al Dipartimento di Stato – soprattutto da parte di repubblicani rancorosi – per questo nuovo polverone sull’operato del team Obama. Il portavoce dello speaker della Camera John Boener ammonisce: «Se l’amministrazione Obama cerca i dati delle comunicazioni dei giornalisti è meglio che abbia un motivo dannatamente buono».
Holder ha  cercato di calmare gli animi in questo modo: «Le indagini riguardavano fuga di notizie molto gravi, che mettevano in pericolo la vita di cittadini americani. Serviva un approccio aggressivo». A seguirlo, il portavoce della casa Bianca, Jay Carney, che ha spergiurato di non essere stato a conoscenza di alcuna azione del Dipartimento della Giustizia per avere i tabulati telefonici della Ap, aggiungendo che la Casa Bianca «non viene coinvolta in alcuna decisione presa nell’ambito di indagini penali poiché si tratta di questioni gestite dal Dipartimento della Giustizia».

Questa sua tesi viene avvalorata dal fatto che il presidente Obama è uno dei maggiori sostenitori della libertà di stampa e del Primo Emendamento. Ma questa nobile dichiarazione non basta a salvare l’amministrazione, già incriminata di casi di fughe di notizie da parte di sei funzionari ed ex funzionari, il doppio di casi analoghi in tutte le amministrazioni precedenti, come puntualmente specifica il «New York Times».
Il caso, però, non sembra essere isolato e si allarga a macchia d’olio anche all’agenzia finanziaria di notizie Bloomberg, sotto accusa per aver dato ai propri reporter le password per accedere ai dati sensibili dei suoi clienti: quasi tutte le banche e le società quotate a Wall Street.
La Fed ha avviato un’indagine ma l’allerta si è diffusa anche nella Bce e tra le banche centrali di Giappone, Corea del Sud, Brasile e Hong Kong. Tutti s’interrogano sulla sicurezza dell’agenzia nell’uso dei suoi terminali. Bloomberg si è già  preventivamente scusata dell’accaduto e ha rassicurato i suoi utenti rispondendo alle interrogazioni ed escludendo qualunque rischio.

I giornalisti intanto – colpiti nella loro libertà di espressione e nella professionalità e dignità di un lavoro che sembra sempre più difficile e osteggiato nell’era del Big Brother, profetizzato da Orwell nel suo capolavoro 1984, ormai onnipresente e onnipotente – hanno inviato una durissima lettera aperta a Holder attraverso la Reporters Committee for Freedom of the Press, un’associazione no profit che fornisce assistenza legale ai giornalisti. Nella lettera si chiede la restituzione delle registrazioni delle telefonate all’Associated Press e la distruzione di tutte le altre copie esistenti.
Nelle righe finali vengono in maniera molto asciutta riassunte le accuse rivolte al Dipartimento della Giustizia: «Autorizzare un’inchiesta dallo scopo eccessivamente generico; utilizzare lo strumento delle intercettazioni all’inizio delle indagini e non come estrema risorsa; rifiutarsi di cooperare con Associated Press in un rapporto di reciproca trasparenza in seguito alla pubblicazione delle notizie; ottenere l’autorizzazione dal procuratore generale senza aver fornito le necessarie garanzie; tutto questo rende chiaro come in questo caso non ci sia stato equilibrio fra l’interesse del governo e quello di Associated Press». Questa lettera è stata corredata anche da un editoriale molto severo del public editor del «New York Times» Margaret Sullivan e dal «Washington Post».

L’interrogativo e la paura comune è quella di ritrovarsi sotto una celata tirannia che detiene il controllo della comunicazione, anche nella tanto poco conformista e “democratica” America, uno stato di apparente libertà e pluralità di pensiero e parola. Cosa succederebbe se sotto questa apparente molteplicità si nascondesse un crudele tiranno che controlla, manipola e gestisce ogni opinione fino a farci credere che sia la verità? Come potrebbe difendersi il cittadino? Il triste presagio e la tanto orwelliana profezia, «The Big Brother is watching you», in cui il controllo sulle vite è totale da far diventare l’uomo un automa, non lascia dormire sonni tranquilli.

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